Quando i sogni
divengono amarezze
e i gesti comuni
sogni, quando
la vita fa paura,
come oggi,
penso sempre
al giorno
in cui hai messo
la tua mano
nella mia:
proprio lì,
in un miracolo taciuto,
due rette parallele
si sono intersecate,
fuori dal tempo
e dalla gravità.
E' l'alba
del sei Ottobre:
in ogni goccia
di questa
strana pioggia,
che forma
figure ovali
e scivola
sul vetro nuovo
della finestra,
c'è la tua pelle liscia,
quell'odore
di creme caramel
e d'infinito
che mi risoffia dritto
alle tue labbra,
labbra morbide,
bagnate,
crepuscolari
come questa terra.
Le ombre a volte ci colgono di sorpresa, ombre mostruose di draghi a tre teste, che sputano solitudine e bruciano i sogni . Il palazzo dalle mille luci azzurre che ha illuminato il cammino oscuro dei tuoi pensieri, quel palazzo che credevi contenere solo gioie e spensieratezze, non è più dietro l'angolo. Le strade, sterrate e abbaglianti, per quanto numerose, portano tutte allo stesso luogo, tra rovi che celano lucciole spente per sempre, dove la terra, le rose, la gente, e tutto quel che rimane sa di conforto e disperazione. Nell'andare monotono dei giorni conosci altre persone che esistono e non vivono, e tu vorresti aiutarle, perchè così facendo aiuteresti te stesso, ma le parole non vengono, e le mani non si muovono, appese come gelide stalattiti sulla volta celeste dell'animo. Lasci il letto disfatto, il lenzuolo di fiori appassiti a terra, in compagnia di libri inutili quanto te. Pensi al tuo Amore, alla delusione che le hai appena dato. Vorresti carezzarle il cuore ma non sai come fare. Vorresti fuggire, da tutto e dai pensieri che pungono, come aghi roventi nella carne che geme. La mente diviene caotica e pesante. Ti abbandoni, ti annulli, lasci ancora una volta che la vita ti viva, invece di viverla tu. Piangi, ma in silenzio, senza farti vedere, e speri che mezzanotte giunga presto, con la sua quiete e i suoi palazzi dalle mille luci azzurre.
Frammenti di vita
Max
Suo fratello lo stava chiamando dalla cucina, urlando che erano in ritardo. Si guardò allo specchio e non si riconobbe. Cosa aveva di diverso non avrebbe saputo dirlo. Sapeva solo che da un pezzo, nello specchio non trovava più Massimo, ma solo Max. Infilò la felpa, scolorita come la sua anima, con una smorfia di dolore. La spalla faceva ancora molto male e il collo era bloccato. Alle cinque, ennesimo appuntamento con un medico sconosciuto, per l’ennesima diagnosi, di cui non gli importava niente. Di niente gli importava più, ormai. Voleva essere morto. Quanto aveva pregato: … perché non sono morto io, invece di Monica? Perché, cazzo! Almeno lei sarebbe viva e io non soffrirei… tutti sarebbero contenti…
"Dai, Max, muoviti! Siamo in ritardo. Possibile che tu non riesca ad essere puntuale?"
"Okay, arrivo… dai, non rompere!"
Guardò suo fratello e gli vide negli occhi la stessa desolazione e impotenza con cui, quando aveva cinque anni, aveva guardato il suo cane che stava morendo. Lo ignorò, abbassando lo sguardo, e lui, dopo aver preso le chiavi dell’auto, uscì e lo precedette con un gesto di sconforto.
Max s’infilò a fatica sul sedile, soffocando un’imprecazione, e Marco lo guardò con apprensione: "Ti fa molto male? Perché non dici mai niente? Perché non mi parli più? … non ci parli più… non parli a nessuno, tu! … che cazzo hai? Parla, no? Urla! Dì, qualcosa! Cosa vuoi fare, il martire? Pensi che noi non soffriamo a vederti così? Cazzo, Max, parla!" con un pugno al volante, Marco sfogò la rabbia che avrebbe voluto indirizzare a Max e partì strappando le marce e facendo gemere le gomme.
Il silenzio assoluto, seguì lo sfogo di Marco. Per tutto il viaggio, Max tenne gli occhi chiusi e non fiatò.
Dal medico, stessa cosa. Max entrò solo, ascoltò l’ennesima diagnosi e i consigli per effettuare un altro intervento chirurgico, con lo sguardo muto come la sua bocca. Il medico fece entrare Marco nello studio, solo per avere un interlocutore, e spiegò di nuovo cosa riteneva dovesse fare Max, mentre l’interessato continuava nel suo mutismo.
Il rientro fu ancora più ostile dell’andata e, appena entrati in casa, lui si rifugiò nella sua camera, dicendo che non aveva fame, e chiudendo ostinatamente la porta sul resto del mondo. Si buttò sul letto, con le scarpe e il giubbotto e sperò di poter dormire e non svegliarsi più. Da tanto tempo si augurava questo, ma non era mai successo. Da un anno Monica era morta e lui non voleva più vivere.
Gli altri lo odiavano, lo sapeva, e la sua famiglia si vergognava di lui, del male che aveva fatto alla famiglia di Monica. In paese tutti lo sfuggivano e, in ogni caso, lui non usciva più. Ne aveva abbastanza di sguardi ostili, di commiserazione, d’odio e rabbia. Ne aveva già troppa dentro il cuore, per sopportare anche quella altrui.
Guardava il soffitto e vedeva il viso di Monica, quell’ultima sera: era bellissima, e allegra come sempre. Monica era sempre di buonumore e riusciva sempre a farlo stare bene. Quella sera aveva i capelli legati in una coda alta e un vestito blu che le stava benissimo. Avevano passato la sera con amici, poi lui aveva proposto di andare via, per starsene un po’ da soli e aveva guidato per quella strada di montagna, tutta curve. Era sveglio e non aveva bevuto… solo una birra, di questo era sicuro. Ricordava bene tutto, fino a quella curva da cui si vedevano le luci della città e la luna li aveva bagnati con la loro luce. Stava per fermarsi e Monica stava ridendo… poi si era svegliato all’ospedale e Monica non c’era più.
Lui l’aveva uccisa. E ora aveva il cuore vuoto e secco, come una prugna rimasta in fondo al sacchetto per mesi … Dio, perché non mi fai morire? Prendimi, ti prego… fammi tornare insieme a lei… qui non ci posso più stare… ti prego... ti prego… fammi tornare insieme a Monica… non ce la faccio più… rimarrò qui, finché non arriverò da lei…
Ecco, la vedeva. Aveva il vestito blu, come quella sera, ma i capelli ora erano sciolti e lucidi: sembravano brillare alla luce della luna. Monica gli veniva incontro allungando le mani verso di lui. Le sue mani erano fresche sul suo viso accaldato e lui provò una sensazione di benessere. Erano mesi che non si sentiva così… Finalmente tranquillo, si girò nel letto e si raggomitolò abbracciando il cuscino.
Il risveglio lo colpì come una mazzata: era di nuovo lì, nel suo letto, ed era vivo, nonostante tutto. La testa gli faceva un male tremendo e il cuore batteva così forte da impedirgli di respirare. Era bagnato di sudore, fino nelle mutande e forse anche più sotto. Allungò la mano verso l’orologio: le due! E ora che avrebbe fatto? Tutte le notti si trascinavano così: ore a girarsi in lenzuola umide di sudore e i pensieri che vagavano impazziti in un’unica direzione. Non ne poteva più. Sentiva che non poteva più andare avanti così. Non reggeva più quell’enorme fatica: la fatica di vivere.
Si alzò e si tolse le scarpe e il giubbotto, i pantaloni e si sbarazzò a fatica della felpa. Il dolore fisico accentuò quell’altro dolore e lui sentì il peso dei prossimi anni e capì che non l’avrebbe mai fatta. Ora aveva solo le mutande, ma erano bagnate e gli pesavano. Se ne liberò con un calcio e s’infilò in quel letto da cui non voleva più alzarsi. Allungò la mano verso il comodino e prese il flacone delle pillole per dormire. Ne aveva troppo bisogno, doveva assolutamente dormire. Ne prese due e le trangugiò, deglutendo con la gola che sembrava di carta vetrata.
Si girò finché non lo colse di nuovo un sonno più agitato ancora. Era di nuovo lui, Massimo, e aveva la stessa felpa, ma ora i colori erano vivi come quando l'aveva appena comprata. Camminava in una specie di bosco, molto scuro e buio, la strada era in salita e ogni tanto un piede scivolava sul terreno umido. Si guardò le scarpe: avevano la suola di cuoio liscio e non erano adatte a quella passeggiata nel bosco. Avanzava a fatica e la scena diventava sempre più buia e lui sentiva di nuovo il sudore bagnargli le braccia e il collo. Un rumore improvviso lo fece fermare con un sussulto. Provò a chiamare Monica, urlando il suo nome, ma non rispose nessuno: sentiva che era completamente solo.
Era stanco e avrebbe voluto fermarsi e sedere in terra, ma non lo fece. ... andrò avanti ancora un po’… forse riesco ad uscire da qui… mi fermerò dopo… e attaccò la salita con nuovo vigore.
La vibrazione del cellulare lo strappò alla salita, anche se faticava a capire cos’era quel rumore che aveva in testa. Poi capì e allungò una mano curiosa: da tempo nessuno lo chiamava. 3 chiamate perse… elenca… Sally… Sally! …e c’era anche un messaggio: "… dormi sempre? Nn rispondi al tel. e alle mail. ke kavolo kombini? Fra 3 gg. verrò lì e voglio vederti. Leggi mail. Bcn. :) "
Ci mancava anche Sally! Un’altra rompicoglioni, che voleva farlo star bene. Come suo fratello, sua mamma, suo padre… cazzo, lasciatemi in pace, no! Che cazzo volete da me?
Max si girò nel letto, cercando di ritrovare il sonno, ma ormai non c’era più niente da fare. Il messaggio di Sally l’aveva svegliato e anche un po’ irritato. Possibile che tutti vogliano salvarmi? Adesso anche Sally, che deve venire qui per vedermi e poi vorrà uscire e chissà cosa si aspetta da me…
Cosa si aspettava Sally, lui lo sapeva benissimo. A Sally era capitata la stessa cosa che era capitata a lui: anche lei guidava l’auto e aveva avuto un incidente e il suo ragazzo era morto. Sally, dopo un primo momento di sbandamento, aveva ripreso gli studi e si era laureata e aveva un lavoro e un sacco di amici. Nonostante questo trovava sempre tempo per lui e gli mandava spesso delle mail molto carine, e lo ascoltava quelle rare volte in cui aveva voglia di parlare. L'aveva conosciuta in una chat, una volta che ci era entrato per caso, spinto da un amico, e lei gli aveva raccontato tutto.
Sally spingeva sempre perché lui facesse qualcosa, prendesse qualche decisione, così lui le aveva raccontato che stava iniziando a studiare, che usciva, vedeva gli amici. Lei era di un’altra città e Max pensava che non si sarebbero mai visti… e ora, lei veniva lì! E lui era uno straccio, un verme, una cosa orribile che strisciava nel letto grigio di sudore, senza mutande. Si rigirò di nuovo, sentendo il peso delle lenzuola umide… ma che vada al diavolo, anche lei! Chissenefrega! Mi vedrà come sono, vedrà quanto soffro… oppure non mi farò trovare, dirò che non posso…
Con uno strattone, buttò le coperte in fondo al letto e si tirò su. Accese il pc, mentre apriva la finestra. Avrebbe letto solo cosa aveva scritto Sally, poi… passando davanti allo specchio, vide la sua anima, perché ormai solo quella lo specchio poteva riflettere, tanto era magro e grigio… dio, ma chi è quello schifo? … si avvicinò, fino a vedere dentro gli occhi scuri. Quello che vide gli fece fare un passo indietro, di nuovo nel buio.
Ancora nudo, scaricò la posta e lesse le mail di Sally. L’ultima finiva con un sorriso e … a venerdì. Non vedo l’ora…
Rimase a guardare lo schermo per alcuni minuti, ma lui gli restituì il suo stesso silenzio.
Ora aveva un po’ freddo. Guardò i vestiti buttati a terra e sentì che non poteva più metterli. Guardò il letto e lo vide per quello che era: un rifugio grigio e sporco, che ormai era diventato una trappola.
... beh, è l'unico posto dove posso stare... l'unico dove posso chiudere gli occhi e pensare che niente sia accaduto... che altro posso fare?... ormai non c'è più niente per me...
L'icona del programma lampeggiò. Era un'altra mail di Sally: "... dimenticavo... ti voglio bene."
D'impulso - da quanto non aveva un impulso? - cliccò su 'rispondi al mittente': " anch'io."
Chiuse il pc e, con un'ultima occhiata allo specchio, uscì dalla camera. Andò in bagno e aprì l'acqua della doccia.
Frammenti di vita
Luisa
Le due e quindici. Giorgio si mosse leggermente, con un sospiro, e Luisa capì che si sarebbe finalmente svegliato. Da qualche minuto, cercava di risvegliarlo, toccandolo con la stessa mano con cui avrebbe voluto torcergli il collo. Aveva iniziato dalla spalla sinistra ed era poi scesa al braccio, caldo e muscoloso, cercando di interrompere il suo sonno profondo. Era ancora arrabbiata e delusa dall’accoglienza che lui le aveva riservato la sera precedente. Fin troppo calorosa, su quello niente da dire. Baci e abbracci e calore e dolcezza, certo, ma nessuna parola che chiarisse la loro relazione: niente di ciò che lei desiderava. Aveva accettato l’amore che Giorgio le offriva, pensando che sarebbe stata l’ultima occasione, per lei, di apprezzare quelle braccia forti che la circondavano con tanto calore e che la facevano stare così bene. Era arrivata alla conclusione che doveva rinunciare a Giorgio, perché non vedeva alcuno sbocco per il loro futuro. Era ormai evidente che lui non intendeva lasciare la moglie ed evitava accuratamente ogni discorso su quest’argomento. Lei, però, non se la sentiva più di continuare così: lunghe sere solitarie in una casa in cui lui non era mai andato, domeniche al cinema con le amiche e festività a trovare la famiglia, mentendo a tutti su impegni improvvisi di un fidanzato che nessuno aveva mai visto.
Ormai non poteva più fare quella vita senza definizione: sentiva l’esigenza di chiarire la situazione con Giorgio ed era pronta a lasciarlo, pur di non continuare in quel modo che le stava togliendo anche la consapevolezza di chi era. L’aveva detto tante volte, ma lui non voleva affrontare l’argomento e Luisa aveva deciso di prendere lei stessa una decisione.
Si era svegliata poco prima e, irritata dal sonno tranquillo di Giorgio, aveva voluto svegliarlo per provocare una sua reazione. Ora stava immobile e zitta, attendendo le sue mosse. Lui iniziò a toccarla e Luisa fece ancora finta di niente, per spingerlo a proseguire. Giorgio la toccò prima sul fianco e sulla coscia; la sua mano leggera era eccitante e Luisa pensò per un attimo, un attimo solo, di girarsi verso di lui e di lasciarsi avvolgere dal suo calore. Ma poi si diede della stupida: non voleva permettergli di averla vinta anche stavolta. In quell’attimo lui si ritrasse e lei sentì la sua forzata immobilità e il suo respiro affrettato nel buio della camera.
Dopo qualche istante Giorgio allungò di nuovo la mano e la sfiorò sulla spalla, accarezzandola con una dolcezza che le fece pensare di lasciar perdere tutto. Forse il suo era uno stupido puntiglio ed era invece giusto andare avanti sempre così, pur di avere quel poco di amore che Giorgio poteva offrirle? No, non è giusto! E lui è uno stronzo! O me, o la moglie e la famiglia perfettina che tutti vogliono vedere…
La mano di Giorgio era più calda ed esigente, ora, e scivolava verso il seno. Luisa sentì un’improvvisa tensione ai seni e i capezzoli si indurirono… la mano di Giorgio si stava avvicinando al seno e lei immaginava già come l’avrebbe toccato. Cercò di stare ancora più immobile, sperando che lui non si accorgesse che era sveglia. Non voleva dargli quella soddisfazione, desiderava solo il confronto, anche se avrebbe significato andarsene per sempre e non vederlo più.
Stava pensando di girarsi verso di lui e di lasciar perdere l’orgoglio, quando Giorgio ritirò la mano e si allontanò. Ancora qualche secondo, fermo al buio, e poi lo sentì alzarsi e dirigersi verso il bagno.
Luisa si alzò subito, si vestì in fretta, raccolse tutte le sue cose e si sedette in poltrona: l’avrebbe affrontato appena usciva dal bagno e gli avrebbe raccontato tutto quello che sentiva nel cuore e che spingeva per uscire.
... Gli racconterò di come mi sono sentita in questi tre anni trascorsi con lui, nella posizione scomoda ‘dell’altra’, pur senza averne l’intenzione. Gli dirò come mi sento tutte le volte che Marta telefona e lui le dice che ha voglia di tornare a casa per vederla, oppure di come ho trascorso gli ultimi tre anni a Natale e Capodanno, … e di Giuseppe, che mi aspetta da una vita, e io gli dico sempre ‘la prossima volta’, finché ci sarà una volta in cui lui non mi chiederà più di uscire. Gli anni passano e forse Giuseppe si stancherà di aspettare. Desidero tanto un figlio, ma con lui non l’avrò mai, perché lui ha Giulia e non ne vuole altri… tante cose avrebbe avuto da raccontare a Giorgio. Ma ormai, era tutto superfluo; troppe volte gli aveva detto che non si sentiva bene nel ruolo di amante nascosta e troppe volte lui aveva sorvolato sull’argomento.
Ormai non aveva più voglia di parlare, aveva esaurito le parole. Avrebbe aspettato per salutarlo.
Non è educato andarsene senza salutare…
Frammenti di vita
Giorgio
Le lancette dell’orologio segnavano le due e diciassette. Nel buio morbido del letto, allungò una mano verso Luisa. Sentiva il suo peso sul materasso e il suo calore: era questo che l’aveva svegliato. Era abituato a dormire solo, quando era a Roma, e quella notte la presenza di Luisa gli procurava un sonno molto agitato. Sentiva l’alone caldo del suo corpo nudo e ne era attirato. Avevano fatto l’amore due volte, appena lei era arrivata, poi erano crollati in un sonno pesante. Adesso, però, lui era di nuovo sveglio e aveva voglia di toccarla e di perdersi nella sua morbidezza. Allungò la mano e le toccò il fianco, poi la rotondità dei glutei sodi, e scese leggero lungo la tonicità di una coscia abituata alla corsa: la pelle era calda e morbida e lui poteva sentirne il profumo, che ormai aveva impregnato le lenzuola. Lei si mosse leggermente, come un sospiro, e lui ritrasse la mano, perché non voleva svegliarla. Rimase fermo, completamente immobile, respirando così piano da farsi venire l’affanno. Aveva tutti i sensi all’erta; era cosciente della tensione che impregnava il suo corpo e sentiva la pelle bruciare, come fosse vicino ad un fuoco. Aveva gli occhi spalancati a cercare un riflesso di luce, ma il buio era totale. La conosceva così bene, però, da non aver bisogno di luce per vederla. Allungò di nuovo la mano e toccò Luisa, le sfiorò la schiena e la spalla. Lei continuava a dormire e respirava piano, senza muoversi. Quando era arrivata, la sera prima, lui si era sorpreso: non pensava che lei fosse a Roma e, soprattutto, non pensava che Luisa avesse voglia di vederlo. Avevano litigato furiosamente al telefono due sere prima e lei gli aveva dato un ultimatum: … decidi cosa vuoi fare, Giorgio. Non intendo più aspettare in un angolo, che tu decida cosa vuoi fare della tua e della mia vita. Natale si avvicina e io non voglio trascorrerlo da sola un’altra volta. Finché non saprai cosa vuoi, non cercarmi, perché preferisco non vederti affatto, piuttosto di vederti così.
Quando lei era entrata nell’appartamento, la sera prima, lui aveva pensato che volesse litigare di nuovo, ma Luisa l’aveva stupito, abbracciandolo e baciandolo con la passione di sempre. Erano finiti sul divano e poi sul letto e si erano svestiti, strappandosi i vestiti di dosso e buttandoli per tutta la casa. Non poteva resistere a Luisa: era così intensa e passionale da fargli dimenticare tutto il resto. La loro relazione durava da tre anni e per lui era sempre come la prima volta. Fare l’amore con lei era un’esperienza sconvolgente, che lo lasciava frastornato e deliziosamente spossato. Luisa aveva tre anni più di lui e almeno dieci più delle ragazze che frequentavano i suoi colleghi, ma valeva molto più di tutte quelle ragazze esili e vestite all’ultima moda, incapaci di destare un minimo di interesse in lui.
Dalla spalla, intanto, era sceso fino al seno, piccolo e tondo come quello di un’adolescente. Si era avvicinato a Luisa, adesso, e la accarezzava con sempre maggior audacia, mentre in lui cresceva la voglia di lei e del suo corpo. Lei si mosse leggermente e si sistemò sul fianco sinistro, girandogli di più le spalle. Giorgio si ritrasse, come l’avesse schiaffeggiato: ricordò il motivo per cui avevano litigato e si sentì in colpa. Lui non aveva ancora preso nessuna decisione e non credeva di poterla prendere, così, su due piedi, come Luisa avrebbe desiderato. Non poteva abbandonare Marta, sua moglie da vent’anni, e Giulia, la bambina dodicenne che stravedeva per il suo papà. Non ce la faceva, anche se sentiva di non poter stare senza Luisa. L’amava molto, ma non poteva lasciare la bella casa di Milano, la vita cui era abituato e, soprattutto, non poteva deludere Giulia: sapeva che la figlia lo avrebbe odiato per sempre, se lui avesse infranto la visione di famiglia felice che lui e Marta avevano costruito a beneficio della gente.
Se svegliava Luisa, non avrebbe potuto evitare il confronto e avrebbe dovuto affrontare l’odiosa discussione, che ormai aveva anche troppo posticipato. E lui non se la sentiva, perché avrebbe significato la fine del suo rapporto con Luisa.
Eppure, la cosa che più desiderava in quel momento era fare l’amore con lei, appoggiare le labbra su quei capezzoli che sentiva già duri, anche se non li aveva ancora toccati. Sapeva che, se li avesse sfiorati, Luisa si sarebbe svegliata subito, girandosi verso di lui e offrendosi alla sua voglia, mentre allungava la mano a toccarlo, con la mano calda e decisa, eccitandolo ancora di più. Sapeva questo, ma comprendeva benissimo che subito dopo aver fatto l’amore, lei avrebbe chiesto quella risposta che lui non poteva darle e poi sarebbe uscita per sempre dall’appartamento e dalla sua vita. Volle rimandare quel momento e fare finta che non sarebbe mai arrivato e rinunciò ad allungare la mano per l’ultima volta. Si girò, scese piano dal letto e andò in bagno a farsi una doccia.
Frammenti di vita
Anja
Cento colpi di spazzola, l’aveva letto una volta su un giornale: una vera signora sa che sono necessari cento colpi di spazzola, tutti i giorni, per avere capelli belli e lucenti. E lei aveva fatto tesoro di questa informazione e non mancava mai di metterla in pratica con la Signora. Dopo averla pettinata, ogni mattina, la guardava nel vecchio specchio, sopra il comò: era ancora bella, i lineamenti fini non si erano involgariti con la malattia e grazie alle sue cure aveva sempre un aspetto molto ordinato. Dopo i capelli, procedeva con un leggero trucco: un fard rosso, non troppo acceso, per dare un tocco di vivacità. Con la punta delle dita, Anna - non Anna, per favore. Il mio nome è Anja! Anja, vi prego… è più dolce e più fine. Per favore… - sfumava la polvere setosa sulle guance della vecchia Signora. Per ultimo un rossetto chiaro e luminoso, - una vera signora mette sempre il rossetto - completava il lavoro. Dopo si sedeva a ricamare, nella poltrona di fianco a quella della Signora.
Le operazioni di pulizia e trucco, le portavano via un’ora buona ogni mattina, ma Anna ci teneva moltissimo. Voleva che la Signora fosse sempre presentabile per eventuali visite, che arrivavano raramente. Passavano spesso la giornata completamente sole. Due donne e un ricamo, sole con i loro pensieri.
Cosa pensasse la Signora, Anna se lo chiedeva spesso. Quando lei era arrivata in Italia e in quella casa, non era ancora malata. Allora andavano a fare lunghe passeggiate e si sedevano sulle panchine nei giardini e poi, tornando, facevano la spesa al mercato rionale.
E la Signora parlava sempre: le raccontava di quando era giovane e i suoi figli erano piccoli e suo marito ancora vivo. E la chiamava Anja, con la voce che scivolava sulle sillabe e addolciva la mattina: "Anja, cara, aiutami a pettinarmi, per favore. Il mio braccio non vuol saperne di muoversi, stamattina."
E lei la pettinava e l’aiutava a truccarsi, le metteva la collana di perle bianche, quella che le aveva regalato il marito tanti anni prima. Dopo andavano a passeggiare, anche quando pioveva, al riparo di antichi portici col pavimento consumato dai passi frettolosi e incuranti, di persone che non guardavano in faccia a nessuno.
I figli della Signora venivano a trovare la mamma molto spesso, in quei giorni. Si fermavano a cenare tutti insieme e portavano i bambini dalla nonna. La casa era piena di rumore, allora, e Anna preparava sempre dei dolci per la merenda dei bambini. Li adorava, perché le ricordavano la sua piccola Valentina, di quattro anni, che era in Moldavia con i nonni. La sua dolce bambina, che non vedeva da quattordici mesi, aveva i capelli biondi, legati in due grosse trecce e lei le metteva sempre i nastri uguali al vestito, dopo averle pettinato i capelli con i famosi cento colpi di spazzola. Le dispiaceva di non essere insieme alla sua bambina, ma era senza lavoro, in Moldavia, ed era venuta in Italia per guadagnare qualcosa da mandare alla famiglia.
Poi aveva conosciuto la Signora e si era affezionata a lei e dopo, quando lei si era ammalata, non aveva avuto cuore di lasciarla. E i soldi non bastavano mai.
Così, adesso, Anna trascorreva le sue giornate in silenzio, accudendo a quella Signora così fine e dolce: l’unica che, quando parlava, la chiamava con il suo vero nome. Adesso non parlava più e Anna pensava anche che non la riconoscesse e sperava che non capisse cosa succedeva intorno a lei. Meglio così. Se si rendesse conto delle sue condizioni, ne soffrirebbe. Lei così fine ed educata, vedersi in questo modo, completamente dipendente dagli altri, anche per le cose più banali…
I figli della Signora volevano bene ad Anna e la lodavano con amici e parenti:
"Com’è dolce, Anna! Pensa alla mamma con una devozione unica, la lava, la veste e poi la pettina per ore, la trucca, le mette la collana di papà…sembra quasi che giochi con la bambola. Che fortuna averla trovata!"
… Anna, Anna, Anna! Anja, mi chiamo Anja…è più dolce, più fine… per favore, chiamatemi Anja…
Le giornate si trascinavano sempre uguali e diventò difficile distinguere i giorni della settimana. Non uscivano più ormai: la Signora non poteva quasi camminare, e passavano le giornate, due donne sole, sedute nella poltrona dei ricordi e dei rimpianti.
Anna pensava sempre a Valentina, ai suoi riccioli biondi che qualcun altro avrebbe pettinato. Chissà se le daranno tutti i giorni, i cento colpi di spazzola? Chi si curerà di abbinare i nastri al vestito? Cosa dirà la mia bambina del fatto che non sono insieme a lei?
Pensava queste cose e tremava. Era un grande dolore rimanere separata dalla sua bambina, e adesso non aveva neanche la soddisfazione di parlare con la Signora. A lei poteva raccontare di Valentina e di come era bella; la Signora la capiva, perché anche lei adorava i bambini. Dopo, a tutte e due, scappava una lacrimuccia. Ma era una lacrima dolce, condivisa dall’amicizia.
Queste confidenze le mancavano molto, ormai le giornate erano silenziose e spesse come cotone idrofilo, e lei pensava e rimuginava tra sé, il suo disagio.
Anche quella mattina, mentre pettinava la Signora, pensava a queste cose, nel silenzio della casa vuota… ottantatré, ottantaquattro, ottantacinque…vorrei spazzolare i bei capelli di Valentina…
La porta si aprì con un rumore secco e risuonò la voce del figlio della Signora:
"Anna, dove siete? Sono arrivato, per portare mamma dal medico…" Anja, per favore…
Con uno strappo secco, Anja tirò la spazzola e alcuni capelli vennero via insieme alle setole. Il risentimento le accecò gli occhi, insieme alle lacrime, e le impedì di vedere bene la figura allo specchio.
Non si accorse, così, che una lacrima scendeva sulle gote della Signora.
Frammenti di vita
Rachele
Il velluto verde della gonna era un po’ consumato e lei lo lisciò pensierosa, seguendo il disegno di fiori ormai appassiti. La lunga gonna, che si stendeva sui gradini dell’autobus, mezzo vuoto in quel pomeriggio d’estate, era lisa da troppi lavaggi e aveva perso ogni forma e le pendeva addosso come fosse su quel vecchio spaventapasseri che era nel campo dietro a… dove? Dov’è quello stupido spaventapasseri? In quale campo?…
Guardò la ragazza bionda: aveva in mano una bottiglia di plastica con dell’acqua e le sorrideva. Le stava anche parlando, perché Rachele vedeva i movimenti delle labbra, ma non riusciva a sentire. Se solo si fermasse tutto, se tutto smettesse di girare…
Seduta sul gradino dell’autobus, davanti alla porta di discesa e con i piedi sul gradino sottostante, Rachele cercava di ricordare come era finita lì.
Guardò di nuovo il velluto verde della gonna che indossava, e si domandò dove l’aveva presa. Si guardò perplessa anche la maglia viola, a maniche lunghe, nonostante i trentacinque gradi che tormentavano l’aria. Si guardò i piedi: nudi e maltrattati da lunghi anni di camminate senza scarpe, con ogni stagione e in tante città. Le unghie sporche e lunghe e i talloni con profonde crepe nere, dichiaravano la loro poca dimestichezza con case e impianti idraulici.
Davanti alla porta del bus, che andava veloce in quell’ora del primo pomeriggio di un’estate caldissima e silenziosa, Rachele guardava senza vedere, la sfilata delle vetrine dei negozi e i pochi passanti accaldati, che si riparavano dall’inclemenza del sole, sotto i tendoni dei pochi bar ancora aperti.
La testa pulsava ed era piena di confusione, come fosse dentro un vespaio: ... dove sto andando? Come ho fatto ad arrivare qui?…dov’è finito Julius? Perché mi ha lasciato venire qui da sola?…
Ricordava benissimo la festa di nozze. Julius era bellissimo: alto e snello, si muoveva come un ballerino, con la grazia innata e l’eleganza tipica del suo popolo. Quel giorno aveva l’abito scuro, quello delle occasioni importanti, e anche lei aveva il costume tradizionale della sua gente: gonna colorata con camicetta e grembiule bianco e tutti intorno a loro battevano le mani e li incitavano a ballare, intanto che la musica agitava gli animi già surriscaldati, dall’allegria della festa.
Erano sposati da poche ore e Julius l’abbracciava quasi con prepotenza, mentre ballavano e intrecciavano le mani e i corpi nell’antico ritmo che evocava l’amore, con sensuale provocazione. Da troppo tempo, Julius aspettava quel giorno; il giorno in cui Rachele sarebbe diventata sua completamente. Finalmente quella notte avrebbero dormito insieme, nella stessa roulotte e nello stesso letto. … dov’è adesso, Julius? Perché mi ha lasciata sola?
Di nuovo la ragazza bionda le chiese se voleva sedersi al suo posto e Rachele, dall’angolo di mondo dove era seduta, fece segno di no con la testa. O credette di fare un segno, come aveva creduto di sentire la ragazza bionda chiederle qualcosa. Che bello questo velluto! Il verde è sempre stato uno dei miei colori preferiti e Julius dice che fa risaltare i miei occhi. Lei si sentiva sempre una principessa quando Julius la guardava e le porgeva la mano per accompagnarla nelle loro passeggiate serali. A vent’anni tutto è magico e loro camminavano avvolti nell’incanto dei loro sogni. Julius era così bello e così sicuro di sé, da farle sembrare tutto possibile e lei credeva alla vita che lui le prometteva. Sicura e felice per tutta la loro famiglia e circondata da serenità e agiatezza.
Aveva dei fiori in testa, quel giorno. Dei bellissimi fiori bianchi e rossi, intrecciati insieme ai suoi lunghi capelli neri, come la purezza e la passione, si intrecciano negli animi innamorati.
Rachele alzò il braccio, per sentire i fiori sulla sua testa e la sua mano trovò solo radi capelli, forse neanche tanto puliti, fermati con un vecchio pettine a cui mancavano tre denti. Cercò di guardarsi nel vetro della porta e non si vide: c’era solo una donna vecchia e distrutta, dall’aria non troppo presente… una donna con una gonna simile alla sua… ma con il viso completamente diverso. Julius, dove sei? Perché mi lasci andare in giro da sola? Non ricordi che tutti mi desiderano e vogliono portarmi via da te… dici sempre che nessuno ci separerà… dove sei? Quando mi vieni a prendere?…
La ragazza bionda si alzò e andò dall’autista dell’autobus, pregandolo di fare qualcosa per quella signora che stava seduta sui gradini da quando erano partiti dal centro. Lui rispose che aveva già avvisato i vigili e alla prossima fermata li avrebbero trovati ad attendere l’autobus. Quando si aprirono le porte, i vigili si avvicinarono e chiesero a Rachele dove doveva andare.
"Dove stai? In quale campo sei?"… campo? … quello dello spaventapasseri… ma quale campo? Io sto in una bellissima roulotte, con il mio Julius… portatemi da Julius, lui sa sempre cosa fare…
I vigili, intanto, per aiutarla a scendere, si infilarono dei guanti di lattice e poi le porsero la mano per sostenerla.
Rachele li guardò e un lampo guizzò nei suoi occhi stanchi. Ritrovò la ragazza che aveva fatto innamorare Julius e un impulso improvviso le fece drizzare il capo e accettare graziosamente la mano che le veniva porta.… guanti bianchi… certo, per dare il braccio a una sposa, sono i più adatti…
Rachele si alzò, lisciò il vecchio velluto verde e scese dall’autobus.
Sui gradini solo un piccolo fiore bianco, ormai secco.
Frammenti di vita
Dolittle
Poteva dire con esattezza il momento in cui aveva capito di essere ancora viva.
Ricordava ogni istante di quel giorno. Le sensazioni erano state così forti e intense da depositarsi nel suo cuore, insieme alla certezza di possederlo ancora.
Da qualche mese sentiva a sprazzi la vita ritornare dentro di lei, ma non ci credeva e, soprattutto, non pensava di poterselo ancora concedere. Era così convinta di essere morta che, quasi, ne era felice. Era giusto: nell'ordine naturale delle cose.
La mattina era iniziata bene: da due giorni un'ospite di sette anni, bella e dolce come una mattina d'estate, la deliziava con la sua compagnia e la faceva sentire di nuovo importante, seguendola continuamente. Giochi, letture e chiacchiere oziose per due interi giorni. La sera prima, poi, avevano visto un bellissimo tramonto e, quando il disco rosso aveva completamente incendiato l'orizzonte erano rimaste a contemplarlo insieme, godendo della bellezza e dell'unicità di quello spettacolo.
Quella mattina erano di ottimo umore e, scendendo dall'autobus, parlavano di disegni e storie.
Sul marciapiede c'era un signore con un bastone bianco e l'aria molto smarrita. Si avvicinarono, intanto che lei spiegava alla giovane curiosità il motivo di quel bianco bastone. Il signore aveva sbagliato fermata: su indicazione di qualcuno era sceso una fermata prima e perciò non si orizzontava più. Allora lei gli aveva detto che l'avrebbero accompagnato loro, avrebbero attraversato insieme e poi, passando per il giardino dell'ospedale sarebbero arrivati al luogo dove lui esercitava la sua professione: fisioterapista.
Lui volle sapere chi erano quei "noi". E lei gli disse il nome della bambina che, contrariamente al solito, non proferiva parola, ma era molto interessata a quello che stava accadendo. Così, la mano della bimba nella mano sinistra e il braccio destro che sosteneva il braccio dell'uomo, si accinsero ad attraversare la strada: uno strano terzetto di umanità. In quell'istante una sensazione dolcissima e tanto intensa da togliere il fiato, scese nel suo cuore e lo allargò, fino quasi alle sue vecchie dimensioni.
Cosa stava facendo? Due persone innocenti e più deboli si stavano appoggiando a lei. In quell'istante dipendevano solo da lei! Stava proteggendo due persone, anche se solo per un minuto... stava amando... poteva farlo ancora... era viva...
Quasi barcollò nella sorpresa delle rivelazione, ma non poteva permetterselo, non con quelle due anime che si appoggiavano a lei. Camminarono nella serenità del vecchio giardino e parlarono dei problemi che lui aveva per recarsi al lavoro e poi lui le ringraziò tutte e due di avere allungato la strada per accompagnare lui. La bambina non aveva ancora detto una parola.
Dopo lei spiegò alla bambina cosa avevano appena fatto, ma riusciva a malapena a parlare. Era troppo frastornata: doveva prima assimilare tutto quello che era successo.
Non fu facile capire ed accettare le sensazioni che risvegliavano un cuore che da troppo tempo non sapeva cosa fare.
Ma poteva riuscirci. Era semplice: bastava lasciarsi andare e avrebbe fatto tutto lui.
Era il 12 settembre 2002. E, ripercorrendo gli ultimi mesi, ritrovò tutte le volte che aveva consolato un'amica, le volte in cui aveva chiesto aiuto e l'aveva trovato, la gioia di una nascita annunciata, le pietanze cucinate per deliziare qualcuno, i regali comperati per i compleanni, le lettere scritte e ricevute, i tramonti che infuocavano il cielo, lo stupore e la dolce serenità provati davanti agli affreschi della Cappella Sistina... non era mai stata veramente morta! Era sempre stata viva, il suo cuore batteva ancora! Poteva ancora amare e, perciò, poteva vivere.
Frammenti di vita
Piero
La voce roca e strascicata, lo colse intanto che era concentrato sulla fiamma dell'accendino:
"Ne hai una anche per me?"
Alzò il viso per guardare la voce e incontrò gli occhi più verdi e sfrontati che avrebbe mai potuto conoscere.
L'amicizia con Alex iniziò così: fumando insieme una sigaretta seduti sul muretto fuori dalla scuola.
Per Piero, che aveva sempre condotto un'esistenza quasi solitaria e perennemente a disagio, Alex significò salire su una giostra che lo trascinava con la sua forza e il suo vorticare, dandogli emozioni e tenendolo sempre carico e su di giri.
Passavano le sere in giro per i pub e le discoteche, poi a girare una città che Piero non aveva mai visto, viva e pulsante a tutte le ore. Alex era inesauribile, sempre pieno di risorse e di vita. E cercava sempre Piero. Uscivano sempre solo in due; stavano bene e non sentivano la mancanza di altra compagnia. La trovavano poi, nei locali dove andavano. Insieme a birra, confusione e qualche pasticca. Le pilloline, diceva Alex.
Finché iniziarono a frequentare qualche locale particolare, qualche pub frequentato da gay. Andavano lì e si limitavano a bere, e a qualche pillolina, qualche volta anche uno spino. Niente di più. Ma fu abbastanza per svelare a Piero delle sensazioni che erano sempre state dentro di lui, ma che non aveva mai capito, perché non si era mai soffermato a valutarle.
Si era sempre sentito diverso. Un sottile sensazione di non essere al posto giusto, di non capire mai bene chi si è. Un senso di inadeguatezza, ma non proprio, solo una non conoscenza di una parte di sé stesso. Le ragazze non gli piacevano; le trovava banali, tutte troppo uguali, come dovessero rispettare un modello prestabilito. Nessuna era in grado di risvegliare un suo interesse, nessuna sapeva dire qualcosa alla sua anima. Neanche fisicamente gli dicevano granché, nessuna era capace di stimolare in lui una attrazione sessuale di qualsiasi tipo. Lo annoiavano, ecco.
Questi pensieri lo avevano sempre fatto sentire male, come che fossero brutti pensieri, da non approfondire con nessuno, neanche con sé stesso. E infatti non si era mai soffermato a scrutare fino in fondo l'inquietudine di vivere che aveva sempre dentro di sé; la tollerava e basta. Sapeva che era parte di lui e ormai si era abituato a conviverci.
Durante una di queste serate al pub, Alex, che aveva bevuto e preso troppe pilloline ed era molto su di giri, rideva parlando a ruota libera, e iniziò a raccontargli dei suoi amori, del suo interesse per gli altri ragazzi. Piero capì solo in quel momento che l'aveva sempre saputo, pur senza interrogarsi sull'argomento. In tutti quei mesi non erano mai usciti con delle ragazze e nessuno dei due aveva mai parlato di questo. Non se ne accorgevano e basta.
Un giorno Alex gli propose di andare nella sua casa al mare: " Non c'è nessuno, in questo periodo, staremo benissimo..."
Fu così che si trovarono nel silenzio di un mare fuori stagione, a camminare sulla sabbia umida e sporca di tutti i residui di un'estate. I silenzi tra loro non erano rumorosi, sentivano i loro respiri in armonia con le onde, in un ritmo quasi ossessivo. L'aria era fresca e leggera e Piero respirava per la prima volta la consapevolezza di sapere chi era. Per la prima volta si sentiva in pace ed era una sensazione molto piacevole.
Fu una bella vacanza. Alla sera stavano in casa a parlare e, solo qualche volta, quando sentivano bisogno di confusione, si recavano in discoteca, per riempirsi di rumori e suoni, fino quasi a stordirsi. Di ritorno, da una di queste serate, Alex, che aveva bevuto qualche birra di troppo, era fortemente eccitato e parlava troppo forte, ridendo delle sue stesse parole. Toccò a Piero svestirlo e metterlo a letto, poi crollò al suo fianco, sfinito dalla confusione e dall'alcol. Durante la notte, Piero si svegliò sentendo Alex muoversi nel letto e poi, così delicatamente da sembrargli un sogno, sentì Alex toccarlo.
Fecero l'amore, così, con calma e senza troppa convinzione, come fosse un dovere. Dopo crollarono tutti e due addormentati.
Quando Piero aprì gli occhi, Alex non c'era. Andò a cercarlo e lo vide, dalla finestra, che camminava sulla spiaggia. Quando Alex rientrò disse che aveva ricevuto una telefonata da casa e doveva rientrare. Non parlarono di quello che era successo. Caricarono la macchina e partirono. Il viaggio fu quasi sempre silenzioso.
Arrivati a casa, Alex lo salutò, promettendo una telefonata, appena si fosse sistemato. Piero non lo sentì più. L'estate, ormai finita come la loro amicizia, se ne stava andando. A Piero rimase solo il ricordo di Alex, insieme a quello che lui gli aveva regalato: la consapevolezza e l'accettazione della sua intima essenza.
Frammenti di vita
Andrea
Li amo troppo, tutti e due. E' questo il problema... Lo sguardo fisso sul bel viso di Giulia e i pensieri che vagavano inosservati, nel frastuono del pub, Andrea dietro il boccale di birra, rifletteva su quello che era la sua vita.
Una merda!.. ecco cos'è la mia vita... ed è tutta colpa mia. Di questo carattere di merda, che mi impedisce di parlare chiaro. Per questo eccessivo senso di amicizia a tutti i costi, che mi lega a Massimo...
L'oggetto di questa intima riflessione, capelli scuri e un bel viso su un fisico da sportivo, si stava facendo largo fra i ragazzi davanti al bancone e ritornava esultante vincitore, con altri due boccali di birra. Non perdeva l'occasione di salutare tutti, perché tutti lo conoscevano e lo trovavano simpatico. Era sempre stato così, fin da quando erano bambini e frequentavano la stessa scuola.
Andrea, con il suo carattere tranquillo e riservato, aveva trovato in Massimo il giusto contrasto e gli elementi per cementare una bella amicizia. Crescendo, poi, ognuno aveva mantenuto il proprio carattere e la loro amicizia era diventata ancora più salda. Anche adesso, che frequentavano tutti e due la facoltà di Economia, e Massimo aveva sempre attorno un suo fan club privato, Andrea seguitava a considerarlo il suo migliore amico ed era ricambiato da altrettanto affetto.
Per quanto riguardava le ragazze, naturalmente, Massimo poteva sempre scegliere, pur avendo un grande punto di riferimento che era Giulia, con cui aveva una storia da quasi due anni, ormai. Questo era il punto dolente, per Andrea: Giulia, che adesso stava di fronte a lui, con la sua bellezza tranquilla e pacata, che passava quasi inosservata, rispetto all'avvenenza vistosa delle altre ragazze che erano nel locale. Ma non per Andrea; per lui Giulia era sempre al primo posto. Nel suo cuore, come nei suoi pensieri.
Peccato che per Massimo non sia la stessa cosa, pensò Andrea intanto che guardava l'amico, sorridente e interessato, chiacchierare con due bellezze bionde, con pantaloni aderenti e maglie così strette e trasparenti che si poteva leggere la marca del reggiseno... se lo portassero! accidenti a loro!... Guardò con apprensione il viso di Giulia, per vedere se aveva visto le manovre di Andrea. Lei gli sorrise e a lui si allargò il cuore: ... ecco perché continuo ad uscire con loro e perché mi faccio del male. Per questo sorriso, per illudermi che un giorno aprirà gli occhi, lascerà Massimo e sorriderà solo a me...
Giulia gli chiese qualcosa, ma nel frastuono del pub non si sentiva niente e così avvicinò il suo viso per sentire meglio. Il profumo di lei, un vago sentore di rosa antica, gli fece lo stesso effetto di un frullo d'ali nello stomaco e si sentì mancare. Erano ancora intenti a parlarsi nell'orecchio, quando Massimo posò con troppa forza le birre sul tavolo:
" Cose intime, o posso sentire anch'io?"
Giulia arrossì, anche se stavano solo chiacchierando di niente, e Andrea replicò: "Ma che dici? stavamo solo parlando..."
Senti chi parla! Lo stronzo che poi si fa tutte quelle che gliela danno... adesso fa il geloso... e con me, poi, che sa benissimo che mi farei tagliare una mano, piuttosto che tradire un amico...
Pochi minuti dopo Massimo chiamò Andrea da parte e, parlando così piano che Andrea pensò di non aver capito bene:
"Puoi portare a casa Giulia, per favore? Quelle due bionde mi hanno chiesto se vado con loro a una festa a casa loro... una festa privata... Dirò che porto a casa Giuseppe, che è troppo ubriaco per guidare... grazie, Andrea, sapevo di poter contare su di te.."
In due minuti Massimo aveva già salutato Giulia con un bacio sulle labbra - il bacio di Giuda - e, con un cenno del capo ad Andrea, era già all'uscita del locale.
"Allora, Giulia, quando vuoi andare, io sono pronto. Due minuti che finisco la birra e poi ti accompagno a casa." Voleva aggiungere qualcosa a proposito della gentilezza di Massimo che si preoccupava dell'amico Giuseppe, ma non si sentì di dire una così grossa stronzata. Da parte sua Giulia, non parlò quasi più.
Poco dopo uscirono e quando Giulia scese dall'auto, Andrea la accompagnò fino alla porta e l'abbracciò cercando di trattenere l'impulso di baciarla come avrebbe desiderato.
************************
Girandosi nel letto, Andrea non si dava pace: Massimo gli aveva confidato più di una volta che tradiva Giulia, con ragazze di cui non gli importava niente, fregandosene se lei lo veniva a sapere. Lui era combattuto se dire o meno la verità a Giulia; fra il suo desiderio di proteggerla e non tradire l'amico, e il desiderio opposto di aprire gli occhi a Giulia di cui era innamorato, al punto da sentirsi il cuore dolorante.
La notte passò senza che Andrea potesse dormire. Non faceva altro che girarsi nel letto, pensando a Giulia e al suo sorriso fiducioso verso la vita e chi le stava attorno. Dovrei parlarle, dirle che Massimo non è la persona che crede... sono sicuro che lei potrebbe amarmi, se solo capisse chi è veramente Massimo... ma come posso darle un simile dolore, e come posso tradire Massimo, il mio amico da più di vent'anni... insieme abbiamo fatto le prime corse in bicicletta, i primi tuffi nel fiume, abbiamo anche ripetuto la stessa classe, per stare sempre insieme... e gli voglio sempre troppo bene. Quando ho qualcosa che non va, lui corre subito in mio aiuto. E' sempre stato un buon amico... è stronzo solo con Giulia. Dovrei fregarmene... dovrei...
Finalmente, molte ore dopo, Andrea riuscì ad addormentarsi.
Lo squillo del telefono lo assalì verso l'alba, strappandolo a una parvenza di sonno:
"Andrea, che notte magnifica... meravigliosa.... ti racconterò poi... volevo solo sentire se è tutto a posto... Giulia... ha detto niente?"
"No, niente..." stava per proseguire e parlare di Giulia, quando sentì che Massimo aveva già chiuso la comunicazione.
Ormai poteva alzarsi, tanto non avrebbe più dormito. Aveva spesso il sonno tormentato, Andrea, al contrario di Massimo che, invece, dormiva benissimo.