Arcobaleno e fiori
Francesca sbucò da dietro il bancone, con in mano un piccolo orso di pezza che abbracciava una stella d'argento. Guardò Giuseppe, ed egli, con un accenno di sorriso, rispose ai suoi limpidi occhi.
La bambina gli si avvicinò, mentre lui continuava a gustare la sua pasta di marmellata fichi e limone e a guardare l'orso di pezza.
"Guardi il mio orso? E' bello, vero?"
"Sì, è stupendo.", disse Giuseppe con un filo di voce e l'aria sognante.
"E' molto dolce e comprensivo...", gli sussurrò Francesca. "E' l'unico amico di cui mi fido ciecamente; a lui dico tutto, proprio tutto, e lui non si stanca mai di ascoltarmi."
"E' bello avere un amico così..."
"Sì, è bello avere un amico così ", ribattè Francesca, "... ma forse sarebbe meglio trovarne uno in carne ed ossa." Francesca guardò Giuseppe e rise.
Giuseppe rimase colpito dal brillio, dalla vita che sprigionavano i suoi occhi.
E riconobbe quel brillio, immediatamente, negli occhi della donna che ora gli porgeva il caffè.
"Muffin, smettila di importunare i clienti."
"Non m'importuna affatto. Anzi, mi fa piacere: i bambini mi piacciono molto."
Francesca lanciò uno sguardo complice a Giuseppe e poi sparì di nuovo dietro il bancone, con l'orso e la stella d'argento.
"La pasta era squisita e il caffè non era da meno", disse a Sylvie. "Quanto le devo?"
Sylvie si mosse per prendere la tazzina dal bancone e nel farlo toccò inavvertitamente la mano dell'uomo.
In quel momento, sentì nel proprio cuore un'ondata di inquietudine e di paura, sentì, come spesso le accadeva, tutto lo smarrimento nascosto della persona che le stava davanti.
"Non mi deve nulla, oggi offre la casa."
Giuseppe ringraziò goffamente, ed uscì, felice d'aver scambiato qualche parola, di essersi sentito, dopo tanto tempo, vivo.
La strada era illuminata dal sole, ora, e Giuseppe sorrise al cielo azzurro. Si avviò verso il negozio di abbigliamento con tre grandi vetrine che era in fondo alla strada e, fischiettando, si mise le mani in tasca.
Entrò deciso nel negozio e chiese di vedere degli impermeabili. La commessa ne prese uno bianco, molto bello, lungo, e gli propose di indossarlo per provarlo, ma Giuseppe fece un gesto deciso con la mano, dicendo: " No, bianco non mi piace. Ha un altro colore? Blu, forse. Oppure, potrei provare una giacca sportiva, di tessuto impermeabile, però con un modello diverso, meno classico. "
Allora la commessa iniziò una danza di giacche di ogni foggia e colore e Giuseppe sorrise all'arcobaleno che si ritrovò davanti. Le provò e infine scelse una giacca corta, con grandi tasche chiuse da cerniere, di un bel rosso scuro.
La commessa gli fece molti complimenti, disse che il colore faceva risaltare i suoi occhi e i capelli scuri.
Giuseppe uscì dal negozio molto soddisfatto e decise di concedersi una passeggiata: all'improvviso si sentiva benissimo e il malessere del giorno prima sembrava lontano anni luce. Si fermò a comprare il giornale e si diresse verso il parco, dove scelse una panchina in pieno sole e si sedette a leggere.
Un rumore gli fece alzare lo sguardo e i suoi occhi si fermarono sulla vetrina di un fiorista, proprio di fronte al parco. Una signora stava posando davanti alla porta degli alti vasi verdi pieni di fiori di ogni colore e Giuseppe s'incantò a guardare ogni sfumatura: gialli in quattro tonalità, e poi rossi, chiari e scuri, e rosa fino al fucsia e poi viola e glicine e lilla e porpora. Era affascinato da tutti quei colori e si alzò in piedi per andare a vederli da vicino. Attraversò la strada e, quando arrivò davanti ai fiori, la signora gli disse: "Buongiorno! Posso esserle utile?" e lui si sentì rispondere: "Sì, grazie. Vorrei un mazzo di fiori di ogni colore, proprio di ogni colore. Mi piacciono tutti."
La fiorista gli preparò un mazzo enorme, con quei fiori che non erano preziosi ma che a Giuseppe sembrarono così meravigliosi. Pagò e prese il suo mazzo, poi si avviò ascoltando il sole che gli scaldava le spalle dentro la giacca rossa. Non sapeva ancora bene perché avesse comprato i fiori, ma aveva sentito che doveva farlo. Lungo la strada capì cosa l'aveva mosso: due occhi brillanti in capelli biondi. Desiderava ringraziare la signora della pasticceria, per la sua gentilezza e voleva rivedere quegli occhi così simili a quelli della bambina con l'orso.
Arrivò davanti alla vetrina ed entrò deciso: davanti al banco c'era solo un uomo. Si avvicinò e vide che era il ragazzo che abitava nella sua stessa strada, qualche porta prima della sua, e che il giorno prima era in strada con il fratello, che sembrava essersi fatto male ad un piede, e la bionda francese. I due sembravano abbastanza intimi e Giuseppe fece per ritornare sui suoi passi, vergognandosi del mazzo di fiori che aveva in mano. In quel momento Sylvie lo vide e si girò per salutarlo, mentre Luca le consegnava un foglio giallo, dicendole: "Le sue praline erano deliziose, Sylvie. Non ho mai assaggiato niente di simile. Ho scritto qualcosa per ringraziarla della sua gentilezza. E mi saluti la piccola Francesca." Poi Luca si voltò ed uscì, senza notare il buongiorno sussurato da Giuseppe.
Scritto in blu e verde da Dolittle e da Actarus

Pensieri
Vento e nuvole si rincorrono nel cielo,
ansia e tepore nel mio cuore.
Rosa e azzurro mentre nasceva il sole,
rosso e giallo quando penso a te
su fogli bianchi e pensieri blu
di sole e vento pieno di foglie.
Amore e Vita,
gioia e dolore,
freddo e calore,
luce e buio.
Insieme
legati dai pensieri
dai sogni
e dalle emozioni.
C'era lei
- un cuscino di sbieco sul letto -
nel chiarore dell'alba.
C'erano fogli caduti,
sparsi per la stanza,
come giganti foglie.
Senza radici,
io ero l'albero nudo
di quel favoloso Autunno,
dove sensazioni irripetibili
si rincorrevano, al suono
di ruscelli,
e di tenere foglie.
Su di esse,
improvvise,
le falcate della luna,
e nella mente
un radioso tepore
si levava,
al pensiero
che l'avrei
di nuovo baciata,
stretta forte
coi miei esili rami.
L'impermeabile bianco
Giuseppe posò la bottiglia di Stock sul tavolo e, con il bicchiere in mano, si avvicinò alla finestra, attirato dalla luce argentea della luna che arrivava fino al vecchio tavolo di formica grigia.
Era appena rientrato dalla passeggiata serale e indossava ancora il vecchio impermeabile bianco, che ormai era così vecchio da sembrare sempre sporco e sgualcito, proprio come quel cuore che Giuseppe non ricordava di avere più.
Il liquore gli bruciò la gola, ricordandogli che aveva ormai vuotato tutte le bottiglie che erano in casa, quella era l'ultima; era nel mobile del salotto da così tanti anni che Giuseppe non ricordava neanche di averla, però aveva terminato tutte le scorte e lo Stock era rimasto come ultima risorsa in quella notte di grande freddo.
La luna lo guardò in silenzio e Giuseppe smise di trattenere le lacrime che gli chiudevano la gola esplodendo in singhiozzi così forti, che gli sembrò che tutte le stelle si girassero verso di lui.
La luce della luna si tramutò in buio totale e poi di nuovo ritornò un raggio di luce e lo trovò seduto al tavolo della cucina con l'impermeabile ancora addosso, il bicchiere vuoto e il cuore prosciugato come la bottiglia.
Un rumore, che arrivò dalla stanza della madre, fece trasalire Giuseppe che si alzò immediatamente. Buttò la bottiglia in un sacchetto, che nascose in fondo ad un mobile, e lavò il bicchiere, poi andò nella sua camera per fingere di dormire. Si guardò allo specchio e si vergognò della persona che vide. Si svestì e andò sotto la doccia, per lavare via la miseria della sua vita. Sfregò finché la pelle non divenne rossa e si ribellò alla sua rabbia e poi si accasciò sulle piastrelle bagnate singhiozzando nel calore della doccia mentre l'umidità gli chiudeva la gola. Quando si calmò, uscì dalla doccia e si asciugò con calma senza più guardarsi allo specchio. Passò in camera e si vestì con grande cura: camicia azzurra e giacca blu, cravatta a righe blu e gialle, e pantaloni grigi. Decise che sarebbe andato ad acquistare un impermeabile nuovo. E avrebbe telefonato in banca dicendo che non stava bene e non sarebbe andato al lavoro. ... è vero, comunque! Non sto bene, l'ha detto anche il medico... prenderò anche una di quelle pillole che mi ha prescritto... oppure no, magari aspetto e vedo come va oggi...
Andò in cucina, dove la madre gli stava preparando il caffè, e annunciò che avrebbe fatto colazione fuori. Lei iniziò le solite proteste, ma lui era già alla porta. La salutò e uscì, prima di cambiare idea. Era già fuori, sul pianerottolo, quando ricordò l'impermeabile: tornò dentro, allungò la mano e prese l'impermeabile bianco. Scese le scale, uscì in strada e attraversò con passo deciso, poi aprì il cassonetto dei rifiuti e buttò lì quello che credeva il suo passato.
Alzò gli occhi e cercò nel cielo una nuvola bella grande, con una forma strana; un gioco che faceva da bambino. Ne vide una molto gonfia, bianchissima contro l'azzurro del cielo e la fissò per un istante cercando di vederci qualcosa di bello.
... due cavalli che si rincorrono... il divano degli angeli... mamma orsa con i suoi piccoli... sì, è mamma orsa, la stessa che avevo in quel poster attaccato al muro della camera...
Mentre mamma orsa coccolava i suoi cuccioli, Giuseppe era arrivato davanti alla vetrina della pasticceria. Alzò gli occhi sull'insegna e lesse: Bar Pasticceria Iris. Guardò la vetrina, dove c'erano piccoli vassoi di praline e bambine di porcellana inglese, e decise di entrare.
Negli occhi aveva ancora l'immagine di mamma orsa e sulle labbra un residuo di sorriso. Fu così che Sylvie lo vide per la seconda volta, anche se faticò a riconoscerlo nella persona che il giorno prima era passata a testa bassa, mentre lei parlava con Luca e Mattia e aveva sussurrato un timido buongiorno.
Giuseppe invece riconobbe subito la bionda francese e, se avesse seguito l'impulso, sarebbe uscito a precipizio dalla pasticceria. Invece, con il cuore che pensava alla nuvola bianca, disse:
"Buongiorno. Vorrei un caffè e una pasta... cosa mi consiglia?" e mostrò un sorriso in cui lei vide il bambino che Giuseppe era stato.
"Oggi ho preparato queste paste con marmellata di fichi e limone. Mi sembrano ottime e hanno un gusto particolare. Vuole provarla? Intanto le faccio il caffé." e gli porse un triangolo di pasta in un tovagliolo rosa e verde.
Scritto in blu da Dolittle 

Senza parole... mi sento così. Ma non senza sentimenti, non senza emozioni; forse le tengo solo chiuse in una specie di cantina dei sentimenti, dove invecchia il vino, ma non l'anima. L'anima non invecchia mai, acquisisce esperienza, ma non invecchia. E non sono davvero senza parole, forse non ho voglia di usarle. E alla fine, il luogo dove le uso meno è proprio questo che credevo mi avrebbe sempre permesso di volare nel cielo, azzurro e non blu, per non confondersi con l'aquilone. E' possibile che ora io non possa più dire niente, non abbia più niente da dire. Così mi perdo tra le righe di una lettera, entro in un quadro scavalcando la cornice e passeggio in un viale di tigli, inebriandomi del loro profumo. Infine, stanca ma felice, mi siedo ad osservare la strada e le case: una rossa in angolo richiama l'attenzione più delle altre. Forse è la casa di una persona importante, oppure di una persona che si crede tale, come molto spesso accade. Dietro le case, le colline si scaldano al sole e mi ricordano che devo andare: sono attesa. Un amico mi aspetta per il caffè, anche se è succo di pera e io ho portato una torta al cioccolato. Non l'ho fatta io: la specialista dei dolci è la zia, ormai lo sanno tutti, e questo mi ricorda che devo andare a trovarla. In questi giorni sembra essere il luogo dove mi trovo meglio, anche se continuo a dire che è la mia seconda casa, perché la prima è questa.
Ma, se due persone possono coabitare in una stessa casa, è possibile che due case abitino la stessa persona???
Grazie all'Alfiere dei sogni per il gentile prestito del suo viale dei tigli. Basterà una torta al cioccolato per sdebitarmi? 
Luna e rane di pezza
La luce argentata della luna arrivò fino al letto di Francesca, proprio mentre Sylvie si chinava per darle il bacio della buonanotte, anche se la bambina era già addormentata. Era stata una giornata densa di avvenimenti per Francesca, che non aveva smesso un attimo di fare domande sui due fratelli conosciuti nel pomeriggio.
Anche dopo la cena, consumata in allegria come al solito, mentre Sylvie lavava i piatti e Francesca terminava di fare i compiti e sembrava molto concentrata sulle operazioni di matematica, era uscita con :
"Mamma, tu sai come si fa a guardare la luna?"
"Muffin, non sarebbe meglio finire i compiti, prima? ... e la luna si guarda con gli occhi, come sempre. Tutti guardano la luna."
"... ma no, io dico guardare la luna come fa Luca. L'ha detto anche Mattia, che Luca guarda la luna e le canta qualcosa... cosa si canta alla luna?"
"Francesca, adesso basta! Finisci i compiti e poi vai a letto. Guarderai la luna da lì. Lasciami finire, che sono stanca e ho voglia di sdraiarmi."
Francesca si era chinata sul quaderno brontolando qualcosa sottovoce e Sylvie aveva finto di non sentire.
Ma ora, con la piccola finalmente addormentata, si avvicinò alla finestra, come attirata dalla luce e si fermò a scrutare nella notte: la luna era piena, tonda, di un bianco quasi argenteo e con delle ombre scure come piccoli laghetti di grigio. Il cielo era scuro, con poche stelle e Sylvie ricordò un'altra sera di tanti anni prima...
Lui l'abbracciava teneramente; il mondo e i problemi sembravano essere svaniti come per incanto, lasciando il posto a una gioia che Sylvie, pochi giorni prima, aveva dubitato perfino che esistesse.
Mai si era sentita così felice, così avvolta e protetta da un sentimento: quella luna così tonda e radiosa ora sembrava esistere solo per lei, per dare risalto alla magia di quell'attimo, per dirle che il suo sogno era finalmente divenuto realtà.
Le botte e le discussioni con il padre, l'estrema sensibilità, l'inquietudine e l'isolamento a scuola, da parte dei suoi compagni crudeli, nulla tangeva ora il suo animo, che l'amore aveva in un istante fortificato.
C'era solo lui, che la teneva stretta, e lei si specchiava nei suoi occhi immensi e verdi, come i prati di quell'Irlanda che Sylvie fin da bambina aveva sognato di vedere.
I due ragazzi udirono un vagito lontano rompere il silenzio, poi la luna si spense per un momento, si voltò pudica al loro primo bacio.
Le poche stelle scomparvero, e fitte gocce di pioggia iniziarono a bagnare i loro corpi acerbi, davanti a mille case silenziose.
Si spogliarono, in un turbinio di passioni ed emozioni mai provate, e si persero l'uno nell'altra.
Sylvie, sdraiata e sfinita accanto al suo ragazzo, per la prima volta vide la luna sotto una luce diversa, pensò di aver finalmente scoperto il modo giusto di guardarla.
"Ci sposeremo in Irlanda, vero Amore?"
Lui annuì, carezzandole la guancia timida.
La pioggia continuava fitta e pesante, ma nessuno dei due ormai la sentiva.
"Mamma? Mamma, mi senti?"
Sylvie trasalì. Francesca si era appiccicata alla sua gamba e l'abbracciava forte.
"Cos'hai, Muffin?"
"Ho avuto un incubo... Mi ero messa a guardare la luna e all'improvviso si è staccata dal cielo e con la punta più affilata mi è caduta sul petto... "
"E' solo un incubo, piccola, la luna non può cadere, non può farti del male", Sylvie le sorrise.
L'accompagnò nella sua stanza piena di rane di pezza, ne prese una che sembrava sorridere e la coricò assieme a Francesca.
La bambina sentì un soffio delicato sulla fronte, e subito richiuse gli occhi.
Sylvie, dopo averla baciata, si sentì come se le avesse mentito: la luna poteva cadere, eccome! Poteva cadere e conficcarsi nel cuore. Questo era successo a lei, quando alle tre di notte, dopo aver fatto l'amore, si era svegliata, senza il ragazzo che tanto amava, senza più sogni nè speranze da cullare.
Un rumore, come di passi, distolse Sylvie dai grigi pensieri e la spinse di nuovo ad affacciarsi alla finestra. Le ombre della notte le rimandarono un'immagine: un uomo, con un impermeabile bianco e sgualcito, sedeva accanto alla luna. Singhiozzava e piangeva, con una bottiglia in mano.
Scritto in verde e blu da Actarus e Dolittle
Trentaquattro gradini separano la sua scrivania dall'archivio fotografico, 25 anni separano un mangiadischi di plastica arancione, che lei nutriva con dischi di canzoni da bambini (uno a settimana, eh!), da un libro con la copertina bianca, ma non è il libro del premio Strega, quello arriverà poi, in un altro gradino forse, qualche anno in più separa le mie scarpe di ieri da quelle di allora, la punta è uguale lo noto solo mentre scendo le scale, ma quelle avevano il tacco molto alto, e il passo fiducioso dei vent'anni, mentre la gonna lunga strisciava su quei gradini creati per far salire i cavalli, e alla fine qualcosa separa ogni cosa, mentre le unisce con il filo della Vita, e scopriamo che siamo tutti più uniti di quello che pensavamo e quei trentaquattro gradini diventano il tramite fra te e me, io seduta ad ascoltare, e la persona che parla con la voce e il sorriso che sono proprio quelli del suo nome, mai nome fu più appropriato, e io so come si sente suo padre guardandola, lo intuisco, lo sento attraverso i pensieri delle altre persone: " ... dove hai preso il libro? sul tavolo?" mentre le foto scorrono, e il gelo scende in una stanza in cui mancavano 80 milioni per averne 80 e si scopre che il denaro dal tabaccaio costava pochissimo e per i primi tre mesi si poteva respirare anche se l'incubo di uno scadenziario di giorni tutti rossi arrivava a grandi passi, ma qualcuno aiuterà, le cose buone hanno sempre un vantaggio, ed è giusto, e l'emozione di chi crede così tanto in qualcosa suscita sempre coinvolgimento e desiderio di dare, ed è proprio questa la sua forza, e il canarino aveva tutto e non lo sapeva, cercava altro il canarino, perché tutto si ha solo se lo si pensa, e il nostro tutto non è mai quello del canarino, è il nostro, punto e basta. Alla fine, nella sala degli specchi, gli arabesque e i plié si susseguono mentre il pianoforte accompagna quei piccoli passi di bimba come eravamo, e stavolta potrebbero essere davvero le mie mani a suonarlo sul filo delle nostre vite che si intrecciano nel ricordo di vecchie foto e di foto nuove ancora da scattare, e in scarpe ancora da comprare, mentre canzoni non scritte prenderanno il volo come il canarino che desiderava la libertà, pur avendo già tutto.
Il mare è una voce lontana.
Privo di fiori è il sentiero,
sotto una nube che splende.
La luna e le maree
"Carina, Sylvie... tu che ne pensi ?", disse Mattia.
"Penso che è bella... e che non è la donna che fa per te... " ribattè lapidario Luca, chiudendo gli occhi.
"Perchè? "
Luca non rispose. Rimase sdraiato sul morbido divano, sopra la sua coperta piena di nuvole. Sembrava molto stanco e Mattia, ancora una volta, se ne chiese la ragione. Quel fratello così diverso lo preoccupava un po', spesso si sentiva lui il fratello maggiore e si domandava cosa pensasse sempre Luca e perchè non lavorasse, un lavoro vero. Bah... non credo che guardare la luna sia poi così stancante... forse Luca potrebbe anche cercarsi un lavoro e aiutarmi nelle spese...
Ormai, però, Mattia dubitava che sarebbe mai accaduto: era una storia vecchia. Da mesi Lui e Luca discutevano su questo, ma Luca terminava sempre dicendogli che un giorno sarebbe diventato famoso e tutti avrebbero letto ed apprezzato le sue poesie e i suoi haiku e Mattia doveva sempre tacere... e lavorare trasportando quei cosi rossi che gli avevano quasi rotto un piede. Mattia si alzò zoppicando per cercare una borsa da riempire con del ghiaccio e dare sollievo alla sua zampa d'elefante, mentre Luca con gli occhi chiusi, restò immerso nel solito sogno, fatto di lune iridescenti e cieli stellati.
Per un momento, gli sembrò che nevicasse e si soffermò a guardare il viso del fratello, che dormiva beatamente.
Sbuffò.
... Starà sognando la sua Luna...
In quell'istante si sentì davvero solo, e un raggio di luce gelida, apparso all'improvviso, trafisse il suo inquieto cuore.
I rami del mandorlo, appoggiati al vetro della finestra della cucina, si mossero, al tacito soffio del vento.
Una lattina di Sprite vuota rotolò, fino a sbattere sul tronco crepato dell'albero.
Il solito gatto nero, dal ciglio della strada, miagolò d'amore.
Una strana sensazione pervase l'animo di Mattia: un misto d'inquietudine e d'invidia.
Avrebbe rubato volentieri al fratello quella sua innata capacità di rimanere tranquillo: tante volte aveva provato a esser come lui, a vincere la propria inquietudine e a fregarsene di tutto, ma il suo ciuffo non stava mai fermo e l'ansia finiva sempre col divorargli l'anima.
Appoggiò la borsa col ghiaccio sopra il piede sempre più gonfio, ma non ne trasse sollievo.
E allora decise, per la prima volta nella sua vita, di pregare.
Scambiò Dio per Aladino e chiese tre desideri:
...Tre desideri soltanto. Non voglio mica la luna, come mio fratello...
Un lavoro che gli piacesse.
Un po' di serenità.
E una donna da amare.
Quando Luca si svegliò, di soprassalto, perché nel sogno la luna lo sbeffeggiava, vide Mattia addormentato sul divano. La borsa del ghiaccio era caduta sul pavimento e lui si alzò per sistemarla. Si fermò a guardare il fratellino, che assomigliava tanto a quel loro padre che era giù, in Sicilia, dove non si trovava lavoro, e che quando erano piccoli, li portava con loro in riva al mare, dove arrivavano le barche dei pescatori, e gli insegnava a riconoscere il pesce, e ad amare il mare...
Guardò Mattia, e la sua espressione dolce e serena, gli fece fremere il cuore: aveva promesso che lo avrebbe sempre protetto, perché lui era il più piccolo, ma non aveva fatto niente per mantenere le sue promesse. In verità era Mattia che lavorava e pagava le spese, mentre lui si dedicava la sua amata Poesia... cosa devo fare? ho questa cosa che mi rode dentro, che mi spinge a scrivere, non riesco a pensare ad altro... invece dovrei cercarmi un lavoro e proteggere il mio fratellino, come ho promesso a papà... sono un incapace... da quanti mesi non lavoro e non porto un soldo in casa? e lui, sempre a portare in giro quegli affari e oggi poteva anche rompersi un piede... basta! da domani cercherò lavoro...
In quel momento la luce della luna entrò nel piccolo appartamento e arrivò fino al viso di Mattia, illuminandolo. Luca andò verso la finestra, come il mare influenzato dalle maree, e guardò nella notte.
Ombre di luna
argentate di luce:
è già notte.
Scritto in blu e verde da Dolittle e Actarus
"Nessuno riuscirà mai a capire il senso della vita, hai ragione bisogna
viverla e basta: la strada dei perchè ha sempre alberi spogli ai lati, come se si rimanesse intrappolati in un autunno malinconico e infinito, che non porta a nulla."
Scrivevo a un amico, e il cuore all'improvviso ha perso un battito.
Quella sensazione di vuoto, che da tempo provo a combattere, si è rifatta viva, togliendomi l'aria e sfocando il crocifisso sul muro.
Uno di quei lunghi, interminabili istanti.
Nella luce della finestra per metà chiusa ho rivisto il tuo sorriso, e in quel momento è tornata l'aria, assieme al viso di Gesù.
Uno strano rumore, come di foglie gialle e secche calpestate, dei singhiozzi, dietro quella porta che spesso ho avuto paura di aprire, mio fratello che gira la chiave e la spinge, mentre la voce dell'arrotino mi rimbomba nelle orecchie.
"Andiamo?".
La sua voce gentile, la mia mano sul mouse, a chiudere tutto.
Sarà una settimana dura, lo so, e l'unico pensiero che mi dà sollievo è la sensazione di averti sempre in tasca, qui con me.
Accarezza i miei ricci, non smettere mai.....
Ti amo "pappapane", Immensamente.