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Pensieri legati al nastro di un aquilone e lasciati liberi di volare in cielo.
Lei fa volare pensieri blu e Lui fa volare pensieri verdi.
Dolittle sa parlare agli animali e, certe volte, anche agli umani. Actarus parla direttamente al cuore e all'anima.

Bambini nel tempo

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mercoledì, settembre 29, 2004
Biscotti e strati

... e, alla fine, credo sia vero: noi siamo come i biscotti bi-ciock, con una parte chiara e una scura. 
.. non esisterà più per noi un sentimento puro, formato da un solo colore, da un solo sentire. Di ogni cosa noi percepiremo la nostra parte chiara, con la gioia dei sentimenti condivisi, con la felicità per gli eventi considerati belli, ma ogni momento sereno avrà per noi una parte di ambivalenza: saremo felici,  ma con una pungente sensazione di sbagliato che risiede nella nostra parte scura, spesso percepita solo da noi,e mostrata a poche, pochissime persone.
"... in fondo la gente si sente tranquilla se tu gli fai vedere quello che vuole vedere... l'importante è che tu sia sincera con te stessa, e che non nasconda a te stessa i problemi... agli altri fai benissimo a nasconderli... "
 
... è vero: di ogni occasione, ogni evento, ogni emozione, noi avremo una parte chiara e una scura, una esternabile e apprezzata dagli altri, e una per noi e pochi intimi e che non ci piace tanto, ma che forse è quella vera, che vorremmo provare come fosse Unica. Perché, in verità, noi vorremmo anche non poter provare quei sentimenti che agli altri piacciono, noi potremmo anche desiderare di provare solo gli altri, come in una sorta di autopunizione per una cosa di cui non riconosciamo il colpevole se non in noi stessi, che siamo ancora Vivi.
Ma questa parte scura, sai, se vuole può anche divorarci del tutto e lo potrebbe fare se noi non la dividiamo mai con nessuno. Hai ragione a pensare che non tutti potrebbero capire. E' fin troppo vero. E molti non vogliono capire!
E la fiducia negli altri si può perdere facilmente, però io credo sempre nella possibilità di trovare altre Anime che possano capire, e che ci possano ascoltare davvero. E lo faccio.
Perché so che se non lascio uscire queste cose scure, poi faranno diventare tutta scura anche me, e io questo non lo voglio.
E lo senti anche tu, che la tua parte scura può prendere il sopravvento sull'altra, e anche tu non lo vuoi ma... è così difficile... e quando ti stendi nel letto di fianco a lei, e sai che è tutto sbagliato, perché ci dovrebbe essere un'altra persona al posto tuo, non puoi incolparti solo perché devi sfogare la rabbia e l'inquietudine, altrimenti quella cosa che ti rode dentro e di cui non sai il nome, quella del biscotto bi-ciock, ingloberà tutta la tua parte chiara e tu non ti piacerai più, ti perderai del tutto.
 
... alla fine, credo di vedere in te un'altra me stessa, come parlassi dentro lo specchio. E sono felice, sento che tutto è di nuovo giusto, quando ti immagino sdraiata di fianco a lei, che la proteggi e la scaldi con il tuo amore, anche se al posto suo, un posto che sarebbe vuoto...
E, in fondo, non credo neanche che noi siamo un solo biscotto bi-ciock. Penso che siamo un intero pacchetto, con la sua alternanza di strati chiari e scuri, da vedere e gustare nella loro interezza.
 

Pensiero volante di: dolittle a 10:50 | link | commenti (13) |
lettere

domenica, settembre 26, 2004

Guardare la luna
(prosegue da domenica)
 
Gli occhi di Luca andarono, dal piede di Mattia, al viso di Sylvie e alla piccola Francesca. Sostenne il fratello con un braccio e, rivolgendosi alla bionda francese, le disse con il suo solito sorriso:
"Non credevo volesse subito il mio parere... non le ho ancora assaggiate."
" Come?... conosci la signora?" nonostante il dolore, a Mattia non sfuggì il modo con cui Luca aveva guardato Sylvie.
"Certo! La signora ha la pasticceria nella strada dietro la scuola. E' da lei che compro i cioccolatini che ti piacciono tanto e li ho comprati anche oggi, e lei mi ha dato delle praline fatte da lei, da assaggiare... e tu, chi sei?" concluse Luca guardando la bambina che non perdeva neanche una sillaba dei discorsi degli adulti.
"Io sono Francesca e sono sua figlia." dichiarò la bambina con sguardo fermo e voce decisa.
"Piacere, Francesca. Allora, cosa hai combinato stavolta, fratellino? Vieni che ti porto su. Hai bisogno di mettere il ghiaccio su questo piede, se non vuoi che diventi enorme come la zampa di un elefante.  Salite con noi? Sistemiamo questo piede e ci beviamo qualcosa di fresco."
"No, no... grazie. Devo tornare alla pasticceria. Ho lasciato la commessa da sola."
"... io veramente avrei bisogno di andare in bagno. Mi scappa molto..." Francesca guardò la madre con occhi supplichevoli.
Lei la scrutò per vedere se diceva sul serio e concluse che era vero.
"Va bene. allora saliamo due minuti, così Francesca andrà in bagno, se non è un disturbo."
Si avviarono per le scale, fra i gemiti di Mattia e le chiacchiere della piccola.
"Ecco, ora siediti qui e appoggia il piede su questo sgabello. Vado a prendere il ghiaccio e qualcosa da bere... ah!.. Francesca, il bagno è là, seconda porta."
Luca si affaccendava, fra il frigo e il lavello, nel piccolo cucinino che Sylvie intravedeva, mentre si guardava attorno con curiosità. L'appartamento era piccolo e molto ordinato, ed evidentemente abitato solo da uomini: nessuna traccia femminile in giro.
"Allora, racconta. Che ti è successo?" Luca parlava dalla cucina.
"Uno di quegli affari che porto a spasso tutto il giorno, hai presente, quelle cose rosse che servono per spegnere gli incendi? ... beh, mi è caduto sul piede e ti assicuro che fa un male pazzesco..."
"Ok, adesso ci penso io. Ecco il ghiaccio. Tienilo sopra al piede, almeno non si gonfierà di più. Poi chiamerò il medico per sentire cosa consiglia... Vuoi qualcosa da bere anche tu?" poi Luca si voltò verso Sylvie "Si sieda... non ricordo il suo nome, scusi. Con il trambusto di prima..."
"Sylvie."
"Bel nome... francese, vero? Io sono Luca, se non l'ho detto prima, e questo è il mio sbadato fratellino Mattia." e Luca allungò la mano a scompigliare il buffo ciuffo di capelli bianchi che non ne risentì affatto. Infatti ritornò dritto e ribelle come un secondo prima.
Francesca era ritornata dal bagno e si era messa fra di loro e non perdeva una sillaba di quanto si dicevano, guardando da uno all'altro. Era incuriosita dai due fratelli, così diversi tra loro, e aveva tante domande che le frullavano in testa, ma sapeva che la mamma non avrebbe gradito la sua curiosità. Si trattenne ancora qualche istante, poi:
"Ti chiami Luca? ... però, non sembri italiano. Sembri... non so.. come si chiamano, mamma, quelle persone che hanno il kimono, come quella vestaglia nera che hai tu, e parlano in modo così buffo?"
"... giapponesi?  Mia mamma era giapponese e da lei ho ereditato gli occhi. Vedi? Hanno questa forma che è diversa dalla tua... e mio padre, che è anche il padre di Mattia, il mio fratellino, è siciliano, palermitano per la precisione. Da lui ho ereditato il dialetto siciliano e il modo di guardare la luna."
"Come, guardare la luna?" disse Francesca.
"Luca è un poeta. Lui guarda la luna e la descrive con i suoi versi... è il suo lavoro." il ciuffo di Mattia vibrò mentre lui diceva queste parole.
"Francesca, basta domande." Sylvie decise che era giunto il momento di precipitarsi fuori da quell'appartamento e dalla luna cantata da Luca. "Ora dobbiamo proprio andarcene. Grazie della limonata e spero che il dolore le passi presto, Mattia. Arrivederci."
Sylvie si alzò e prese la mano di Francesca per trascinarla fuori.
Mentre arrivavano alla porta, Francesca si rivolse di nuovo a Luca:
"Insegnerai anche a me, a guardare la luna?"
I due fratelli le salutarono ed erano già sulle scale, quando le raggiunse la voce di Luca:
"A presto, Francesca. ... e, Sylvie, passerò per dirle se le praline mi sono piaciute..."
 
Scritto in blu da Dolittle
 


Pensiero volante di: aquiloneblu a 10:31 | link | commenti (8) |
i racconti dell aquilone blu

martedì, settembre 21, 2004

Lo sfondo
racconto surreale
 
L'idea le venne dopo. All'inizio non ci aveva pensato. Andò a ripescare il messaggio ... La foto di Diddlina adesso si staglia sul mio desktop... non ci credi? guarda in basso... e salvò tutti gli allegati.
Ed eccola, la Diddlina in foto, con tutte le icone dei programmi a lato e le finestre dei programmi in uso, sulla barra delle applicazioni: un vero desktop nel desktop. Cambiò le impostazioni e la mise come sfondo del suo pc. E' carina... così abbiamo lo stesso sfondo... dopo glielo scrivo...
Monica riprese a lavorare e riaprì i programmi: una relazione da preparare, alcune lettere e le foto nuove da archiviare.
In sottofondo "A whiter shade of pale", il file che Roberto le aveva mandato, andava in continuazione, finché lei non se ne accorse più, immersa com'era nel lavoro. Finì la relazione e decise di accantonarla per un pò, in modo da farla sedimentare, come diceva sempre dei suoi scritti, prima di passare alla revisione finale.
Si stirò e allungò le braccia in alto, sospirando: si sentiva stanca e indolenzita. Per rilassarsi pensò di farsi un giro o due di Spider: quel solitario le serviva sempre da valvola di sfogo. Quando un lavoro non riusciva subito, o diventava nervosa per qualcosa, si faceva sempre due o tre giri di Spider.
Mentre cercava l'icona del gioco, ... accidenti, non ho pensato che con tutte queste icone non capirò più niente... quali sono le mie?... ecco, questa è Spider... e cliccò. Il programma si aprì e Monica iniziò a giocare: capì subito che qualcosa non andava, ma cosa? Era perplessa: chiuse la partita e ne iniziò un'altra, poi un'altra e un'altra. Infine capì: le carte si distribuivano in modo diverso e non c'era l'effetto sonoro. Com'è possibile? Le opzioni non si modificano da sole... ci avrà giocato qualcun altro... ma chi?...
Guardò con sospetto i colleghi, chini sulla loro tastiera e indifferenti a quello che li circondava. ... perché dovrebbero giocare con il mio pc? hanno il loro, non c'è alcun motivo... beh, ma allora, chi ha cambiato le opzioni?...
Provò ad aprire il Solitario classico e una ranocchia verde la guardò da uno sfondo arancione, come per sbeffeggiarla ... oddio, ma cos'è? non c'è più niente come prima... sembra quasi il computer di un altro!... il computer di un altro!!!... oddio...
Monica chiuse i programmi e fissò lo sfondo: cliccò sull'icona della cartella ''foto'' e scrutò l'insieme delle immagini. ... gita a Trieste... Urbino... Roma... Monica aprì la cartella di Roma, dove era stata due mesi prima e si cercò fra piazza San Pietro e la scalinata di Trinità dei Monti, ma non riconobbe le foto. ... queste non sono le mie foto... e questo chi è? ... e non c'è neanche Giulia... a Roma ero con lei... ma di chi sono queste foto?...
Chiuse la cartella e cercò i 'documenti'. Aprì e si trovò davanti uno schieramento enorme di cartelle: lettere ufficio, lettere privato, poesie, archivio, vecchi documenti... Ancora più perplessa, aprì il programma di posta e si trovò una lista di cartelle con nomi di donna: Arianna, Angela, Carlotta, Debora.... e giù tutti nomi di donna, scrollò e trovò 'Monica', l'aprì, c'erano tutte le lettere che aveva scritto a Roberto... oddio! ma sono nel pc di Roberto! cosa ci faccio qui? come ho fatto a fare 'sto casino??...adesso chiudo tutto e tolgo lo sfondo... ma è impossibile... non può essere...
Monica stava per uscire, poi una cartella attirò la sua attenzione: Sara. ... la ragazza di Roberto... cosa gli scriverà? ... non sono fatti miei... beh, darò solo un'occhiata... Aprì la cartella e trovò una lista impressionante di e-mail. Aprì l'ultima e si perse nei pensieri di Sara, nelle sue sensazioni. Era evidente che la ragazza era molto innamorata di Roberto e glielo dimostrava anche con le mille parole che aveva sparso nelle sue lettere. Monica leggeva con sempre maggiore attenzione, saltando da una lettera all'altra, finché le parole iniziarono a ballare davanti ai suoi occhi... il nostro matrimonio... quando saremo sposati... la nostra casa... Terminò di leggere e ne aprì altre, tutte sullo stesso genere; era evidente che i due progettavano di sposarsi. Roberto non glielo aveva mai detto, d'altronde era solo qualche settimana che si scrivevano.
... non è giusto! Loro si sposano e quello stronzo di Andrea mi ha lasciato!! ...
D'impulso aprì di nuovo l'ultima lettera e fece 'rispondi al mittente':
 
Cara Sara, da qualche settimana, penso che forse siamo stati un po' precipitosi quando abbiamo iniziato a fare progetti per il nostro matrimonio. Il nostro Amore è ancora tanto giovane e ha bisogno di crescere. Forse dovremmo accantonare i nostri progetti per qualche mese e aspettare che diventi più forte. Penso anche che siamo ancora tanto giovani e dobbiamo ancora divertirci, fare tante cose, viaggiare, uscire con gli amici, crescere nel lavoro, tu devi finire gli studi, lo sai quanto ci tengono i tuoi... insomma, io credo che sia meglio per ora che ci frequentiamo come amici, poi si vedrà.
Sono sicuro che finiremo ugualmente per arrivare al bel matrimonio che tu desideri. Anzi, che noi desideriamo. Nel frattempo, pur uscendo insieme, coltiveremo anche gli altri nostri interessi e alla fine, vedrai, saremo sempre più sicuri l'uno dell'altro e del nostro Amore.
 
Ti voglio bene
R.
PS. Ci vediamo stasera? Ti chiamo dopo :-)
 
Monica cliccò su 'invio', senza neanche rileggere ... tanto è per finta... se Roberto lo sapesse, riderebbe come un matto... Il programma si comportava come sempre: si era connesso a internet e aveva scaricato la posta.
A quel punto, a Monica venne un dubbio. Andò in 'posta inviata' e c'era la mail che aveva appena scritto. oddio... ma non l'avrò mica spedita davvero?? ma non è possibile! questo è un incubo... cos'ho combinato?...
Immediatamente chiuse tutto e fece per spegnere il pc: l'unica cosa che desiderava in quel momento era vedere un nero schermo rassicurante e pensare che non era accaduto niente di tutto ciò.
"... Monica... Monica, ma che fai? Dormi? Se ti vede Tossari sei fregata! ... e la relazione? Ma che fai? ti addormenti mentre devi finire la relazione?.."
oh, dio, per fortuna era tutto un sogno... Monica aprì gli occhi, guardò Luca che la fissava perplesso e si tirò sulla sedia:
"... ma... dormivo? Non mi era mai capitato... cos'è successo?... la relazione!.."
Luca schiacciò un tasto e la relazione comparve sullo schermo.
"Eccola! La devo solo controllare. Faccio subito. Tu tieni buon Tossari, per favore."
Si chinò sulla tastiera e si mise al lavoro. ... meno male! per fortuna era un sogno!! Credevo di averne combinata una delle mie... Se avessi fatto una cosa simile Roberto, mi ucciderebbe... un incubo ecco, cos'era: un incubo!! dopo tolgo quello sfondo e lo butto... santo cielo! che pazzia!... ma ora devo finire quest'accidenti di relazione, altrimenti Tossari mi licenzia...
Monica scriveva buttando sui tasti tutta l'ansia che sentiva nello stomaco. Era sconvolta dal sogno che aveva fatto, perché le sembrava così reale, e ora che sapeva che non lo era, poteva tirare un bel sospiro di sollievo.
Un'ora dopo, a relazione terminata, si alzò per consegnarla a Tossari. Si stirò, guardando lo schermo e vide che il segnale di 'posta in arrivo' lampeggiava sulla barra.
Si chinò sulla tastiera e aprì il programma: una mail di Roberto.
 
Monica, sono disperato. Sara mi ha scritto che non vuole più vedermi, e non so il perché. Ho provato a telefonarle, ma mi mette giù il telefono e ora l'ha spento. Ha detto che sono uno stronzo e che, dopo quello che le ho scritto non ne vuole più sapere di me...
ma io non le ho scritto niente... e lei non mi lascia spiegare, perché si rifiuta di parlarmi...
Come faccio?
sono disperato...
 
Le note di "A whiter shade of pale" risuonavano nella stanza, e nella sua testa... sempre più forte, sempre più forte...
 

Pensiero volante di: dolittle a 14:51 | link | commenti (12) |
racconti

domenica, settembre 19, 2004

A.D.P
(prosegue da domenica) 
 
Quando Giuseppe vide Mattia appoggiato sulla spalla di Luca, col piede in aria, abbassò lo sguardo e non proferì parola, se non il solito  "Buongiorno".
Non fece nemmeno caso alla giovane donna e alla sua bambina.
Da anni ormai Giuseppe faceva quella strada per tornare a casa, e salutava sempre tutti, pur non conoscendo nessuno.
Con l'andare del tempo, il suo carattere si era fatto sempre più chiuso e riservato, e un lieve malessere interiore, unito a quel tran tran di giorni grigi e monotoni d'impiegato, aveva reso il suo cuore poco propenso alla risata e alla conoscenza di persone nuove.
Quel giorno si era sentito male, fin dalle prime ore di lavoro, nella banca dove era impiegato da undici anni: la sua testa faceva il giro del mondo e le sue gambe si piegavano da sole.
Gli era accaduto spesso nell'ultimo periodo. Perciò si era preoccupato e aveva chiesto un permesso per andare subito dal dottore di fiducia. Ecco il motivo per cui Giuseppe passò davanti allo strano gruppetto di persone, senza vederlo.
Rientrato a casa, baciò sulla fronte la madre e si lavò e vestì in tutta fretta.
"Vado dal dottore, mamma", disse prima di uscire, e non udì nemmeno la voce preoccupata della madre, che lo seguiva mentre scendeva le scale.
Appena arrivato, nella sala d'attesa, scelse di sedersi accanto a un uomo sulla cinquantina, con un piede ingessato e le stampelle; i sorrisi, gli sguardi sicuri e tranquilli di quest'uomo silenzioso, gli ricordarono suo padre, scomparso trent'anni prima per un infarto.
Come gocce di rugiada nella notte lunga, nella mente di Giuseppe piovvero ricordi di bimbo, e carezze paterne. Riaffiorò un trauma forse mai superato: la malinconia di un adolescente che non capiva perché la loro famiglia fosse diversa.
Poi, all'improvviso, il velo malinconico dei suoi pensieri fu squarciato dal forte trillo del cellulare.
"Sì, mamma, è tutto a posto. Non c'è molta gente dal dottore, credo che tra un'oretta potrò essere a casa."
La donna che stava seduta davanti alla segretaria, fissava Giuseppe da quando era entrato. 
La sua presenza fisica non passava certo inosservata: nonostante i quarantaquattro anni, egli aveva infatti capelli lucenti e scuri, era alto e in forma,  pur non facendo né sport né ginnastica da parecchio tempo ormai.
Giuseppe cercò di sfuggire agli sguardi insistenti della donna; si sentiva nudo quando una persona prendeva a fissarlo così, e odiava l'acre sensazione di debolezza che permeava  il suo cuore.
Quando la segretaria gli disse che poteva entrare, tirò un sospiro di sollievo.
Il piccolo studio del dottore era colmo di cianfrusaglie e un enorme quadro pieno di girasoli dominava su tutto.
"Dottore, da un po' di tempo a questa parte, mi sento svenire. Mi tremano le gambe, comincio a sudare freddo e la testa mi gira mentre il cuore batte all'impazzata..."
Il giovane medico lasciò la pallina blu antistress che teneva in mano e, dopo averlo fatto accomodare su una sedia girevole, gli auscultò il petto. 
Eseguite le visite di rito, emise la sua sentenza:
"Non hai nulla, Giuseppe. Anzi, il tuo corpo non ha nulla. La tua mente, invece, scalpita in segreto. Ti senti insoddisfatto, vorresti una vita diversa e tutti i tuoi desideri repressi si agitano nella  testa, facendoti stare male. In poche parole, soffri di A.D.P..."
"A D cosa?", lo interruppe, con voce flebile, Giuseppe.
"Di attacchi di panico. Possono essere l'inizio di una depressione oppure possono esserne lo strascico... Prova a prendere questi medicinali per una settimana e vai da uno psicologo, vedrai che supererai questo brutto periodo", il dottore gli porse una ricetta illeggibile e riagguantò la sua pallina antistress.
Giuseppe riuscì a decifrare la parola Tavor e null'altro.
Quando uscì dallo studio, la donna che l'aveva fissato non c'era più.
E a lui quasi dispiacque. Di colpo si senti strano, come uno che perde un'altra occasione per essere felice. 
 
Scritto in verde da Actarus29
 

Pensiero volante di: aquiloneblu a 09:47 | link | commenti (7) |
i racconti dell aquilone blu

giovedì, settembre 16, 2004

Potrei dirti che è il tempo. Anzi, vorrei dirti che è il tempo. Ma non lo è mai.
Non è mai una causa esterna, è sempre quella cosa che mi rode dentro, che mi rosicchia l'anima, che vuole divorare tutta la me stessa che ho faticato tanto a ritrovare, è sempre quell'orrenda bestia.
E non sono triste, nel significato che questa parola ha, ormai lo sai. Sono sempre disposta a giocare, anche se non lo dovrei, e mantengo sempre una sorta di buonumore ad oltranza, che certe volte mi fa anche rabbia. Perché non posso essere di malumore, malumore vero, arrabbiata con tutti e sgarbata, insofferente, maleducata? Sarebbe un bel sollievo, ne sono certa. Arrotare i denti e sbranare qualcuno, anche se solo a parole, mi farebbe stare meglio? Renderebbe tranquillità alla mia anima?
O piuttosto, inasprirebbe il mio sentire, amplificando i miei stati d'animo e rendendoli ancora più ostili?
Tutto questo  mi rende irrequieta, instabile, persino inconcludente. Giro tra una lettera e un racconto, cercando ispirazione e tranquillità, senza combinare niente.
 
Ora è quasi sera e di tutto ciò rimane qualche frase da ricucire, come vorrei si potesse fare con gli strappi che non si vedono..
L'anima si calma , anche senza sbranare qualcuno, se non me stessa.
 

Pensiero volante di: dolittle a 19:51 | link | commenti (16) |
lettere

martedì, settembre 14, 2004

... ...,
la tua lettera mi ha riportata di colpo agli anni della mia infanzia. Era tanto tempo che non ci pensavo, anche se qualche immagine, come un flash, non mi abbandona mai e viaggia sempre con me.
La bambina seduta dietro la finestra chiusa, gli occhi fissi sul cortile dove gli altri bambini giocavano a rincorrersi, questa sarò sempre io. Quei lungi inverni nebbiosi, con i corti pomeriggi solitari, in attesa di un soffio di bellezza, mai arrivato...
Ripenso ancora adesso alla mia compagna di banco delle elementari: la mia migliore amica. Ricordo benissimo il suo nome e i suoi lunghi codini, scuri come i miei. Eravamo simili in tutto e facevamo le stesse cose. Poi la sua famiglia si trasferì e io persi l'unica amica che mi assomigliava, rimanendo di nuovo sola.
Queste sono le immagini principali del mio primo tempo: solitudine e malinconia. Credi possibile che non abbiano influenzato anche la sceneggiatura del mio secondo tempo?
All'inizio sì, l'hanno fatta da padrone e hanno governato la mia vita, rendendomi insicura e tanto riservata da sembrare perfino spocchiosa... mi fa ridere questa immagine di una me stessa tanto superiore, da non rivolgere la parola agli altri. Era solo timore, il mio... però, mi ha fatto guadagnare un'aura di persona difficile da trattare, forse persino un po' fredda.
Ma io non sono mai stata così, mai!
E ho scoperto la vera me stessa, con il vero inizio del mio secondo tempo. La me stessa che mi piace, quella che voglio ritrovare quando mi guardo allo specchio.
Lo sai, ti dico sempre che io ho avuto tutto dalla vita. Ed è vero. Ho avuto veramente tutto, compreso la dolcezza di esserne consapevole. Dico 'ho avuto' al passato, non perché pensi che ora la mia vita sia finita, al contrario. La mia vita finirà solo se io lo vorrò.
Mi aspetto sempre qualcosa e so che lo avrò, finché avrò occhi per saperlo vedere.
Anch'io guardo le mie rose e, chinandomi per aspirarne un tradivo profumo, mi cullo all'idea di lasciare di me qualcosa di intatto...
M.
 

Pensiero volante di: dolittle a 09:37 | link | commenti (14) |
lettere

domenica, settembre 12, 2004

Un tipo buffo
 prosegue da domenica
 
"Oggi, nell'ora di inglese,  è venuto un tipo buffo, e ci ha messo in classe un estintore nuovo di zecca; Elisa, la mia compagna di banco, appena l'ha visto è scoppiata a ridere. La professoressa l'ha subito rimproverata " Elisa ! ti sembra questo il modo di comportarsi ?", ma poi, guardando i capelli di quel signore, nemmeno lei è riuscita a trattenersi e si è coperta con la mano la bocca, per mascherare la sua di risata. Che strano signore! Avresti dovuto vederlo. Aveva un ciuffo di capelli bianchi in testa, che si alzava e si abbassava al ritmo dei suoi passi. Aveva gambe lunghissime, era tutto rosso in faccia per la fatica, e poi aveva due occhioni marroni grandi grandi, che sembravano tanto infelici. A me è sembrato da subito uno che nasconde la propria sofferenza, e che odia il mestiere che fa, per questo io non ho riso. ... Mamma, perché la gente non fa solo quello che veramente vuole fare? Non sarebbe più bello il mondo, così? E perché la gente si nasconde quando sta soffrendo? "
"Ma che discorsi da grande, che fa la mia piccolina... e poi, Muffin, m'ero illusa che l'età dei perché l'avessi superata da un pezzo, ormai... ", Sylvie sorrise e carezzò di nuovo i suoi capelli d'oro.
Una nuvola grigia attraversò il lembo di cielo sopra le loro teste, portando alcune lucenti gocce d'acqua.
"La gente ha paura di mostrarsi vulnerabile, perché teme che gli altri  ne possano approfittare. Per questo nasconde il proprio dolore. Quasi mai  nella vita si può fare quello che si vuole. Ricordi il camaleonte, quell'animaletto che hai studiato, quello che cambia il colore della pelle?"
Francesca annuì divertita, le piaceva quello strano animale.
"Nella vita bisogna fare come lui, adattarsi di continuo, alle situazioni che cambiano. Bisogna adattarsi e al tempo stesso non smettere mai di sognare. "
"Mamma", Francesca esitò un attimo " Tu volevi sposarlo, papa'?"
Sylvie guardò la strada, come per sincerarsi che non arrivassero automobili, prima d'attraversare, e intanto pensò a come poteva rispondere a questa domanda, che da troppo tempo ormai attendeva una risposta. Francesca era molto curiosa sull'argomento "papà" e ogni tanto le chiedeva notizie su quella persona che per lei era tanto importante e che invece Sylvie non avrebbe più voluto nominare. Lei rispondeva sempre con notizie vaghe e poi cercava di cambiare discorso, ma sapeva che, prima o poi, avrebbe dovuto affrontare fino in fondo, con Francesca, quell'argomento. Stava per raccogliere il fiato e formulare una risposta, quando un urlo, che aveva poco di umano, le fece voltare.
"E' lui, mamma! E' quel signore buffo di cui ti ho parlato."
In fondo alla strada, un ragazzo alto e magro, con un buffo ciuffo bianco di capelli, che saltellava più velocemente di lui, urlava di dolore, reggendosi un piede e cercando di non cadere. Era davanti ad un furgoncino di estintori, con il portellone posteriore aperto ed era evidente che uno di quegli aggeggi salvavita gli era scivolato dalla spalla, per finire, con la leggerezza di un'incudine, dritto sul suo piede.
"Ha bisogno di aiuto ?", chiese Sylvie, raggiungendolo di corsa, insieme a Francesca.
"Si, grazie, è il cielo che la manda. Non posso camminare. Mi dia una mano, anzi mi offra la sua spalla così che possa arrivare dietro l'angolo, abito qui vicino.  Io sono Mattia... o almeno, credo di esserlo. In questo momento sento solo un'enorme dolore al piede." e con uno stentato sorriso, il ragazzo si appoggiò alla spalla della bionda francese e le indicò la strada per raggiungere l'appartamento che divideva con il fratello.
Si avviarono zoppicando e, in pochi minuti, seguiti da Francesca, raggiunsero la piccola palazzina a tre piani, dove Mattia  abitava, mentre la bambina non smise un secondo di parlare, presentando lei e la madre, e di interrogare Mattia sul suo lavoro, sugli estintori e sulle scuole che visitava.
"Ecco, siamo arrivati. Suonerò il campanello e farò scendere Luca, mio fratello. Mi aiuterà lui a salire le scale. Ho già approfitato anche troppo della sua... della vostra gentilezza." disse Mattia, rivolgendo un sorriso dorato a Francesca, che lo ricambiò deliziata. ... quando sorride non è poi così buffo, e ora non sembra neanche infelice come sembrava a scuola...
Il ragazzo si appoggiò al muro e spinse un campanello d'ottone così lucido e tondo, che a Francesca sembrò d'oro, come i piccoli orecchini a bottone, che a volte mamma indossava.
Una voce chiese qualcosa dalle scale e Mattia di rimando urlò:
"Scendi, per favore. Mi sono fatto male." poi si girò verso Sylvie e le disse:
"E' lui. Arriverà subito. La ringrazio tanto. Senza di lei non so come avrei fatto."
Sylvie
 aprì la bocca per rispondere, ma la voce le morì in gola, quando rivide, con grande sorpresa, quegli occhi neri e intensi che l'avevano affascinata poco prima.
 
Scritto in verde da Actarus29
 


Pensiero volante di: aquiloneblu a 11:21 | link | commenti (11) |
i racconti dell aquilone blu

venerdì, settembre 10, 2004

 

Cos'è necessario per amare?
E, per permettere agli altri di amarci?
 
Premetto che le mie domande erano rivolte ad ogni genere di amore, non solo a quello per il compagno della nostra Vita, anche se capisco che è il pensiero predominante nelle risposte che mi avete dato, ma anche all'amore per i figli, per gli amici e per tutte le persone con cui entriamo in contatto, anche se naturalmente si svilupperà con modalità ed espressioni diverse. L'amore ha mille sfumature, tante intensità, tanti colori e dovrebbe far parte di ogni momento della nostre giornate. Mi avete dato tante risposte diverse e 'ricette' per l'amore, e credo si possa dire che sono tutte 'giuste', tutte vere.
Come avrei risposto io?
Forse nello stesso modo, però, essendo una grande sostenitrice dell'affermazione contenuta in questa frase di Thomas Jefferson: "Il talento più prezioso è non usare due parole, quando una sola è sufficiente.", avevo in mente una risposta molto breve, una parola sola che credo contenga tutte le altre espressioni usate: una parola che ci può spingere ad essere noi stessi, sempre e comunque, ad avere la flessibilità dei bambini, come nell'immagine che avevo scelto, i bambini si avvicinano con fiducia gli altri e senza fingere di essere diversi, ad usare l'istintività, troppo spesso frenata dalle convenzioni o da falsi timori, e, infine, ma credo sia al primo posto, bisogna amare la Vita e sé stessi.
Tutte questa cose con una sola parola? Io credo di sì, e credo che questa parola sia: Coraggio.
Io credo che per amare sia necessaria una buona dose di coraggio, inteso anche come voglia di vivere e di proporsi agli altri, e anche come coraggio di mostrare la nostra parte più debole, e credo che per permettere agli altri di amarci (che non è la stessa cosa di farsi amare) ne serva almeno dieci volte tanto. Ho usato volutamente la parola permettere, perché credo che certe volte non riusciamo a vedere l'amore altrui ed impediamo agli altri di entrare nella nostra anima e di vedere la vera persona che c'è dietro la corazza che ci siamo costruiti. 
Se potessimo abbassare le difese, spingeremmo gli altri a fare la stessa cosa e, allora, ogni muro verrebbe abbattuto.
 
 
 
L'immagine di Ennio si chiama 'Colori'
 

Pensiero volante di: dolittle a 14:42 | link | commenti (12) |
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martedì, settembre 07, 2004

Cos'è necessario per amare?
E, per permettere agli altri di amarci?
 

Pensiero volante di: dolittle a 15:17 | link | commenti (17) |
semplicemente vita

domenica, settembre 05, 2004

Due occhi affascinanti 
 
Era già la seconda volta, in pochi giorni,  che lo vedeva. Sylvie ne era sicura, perché aveva occhi così particolari che non si potevano dimenticare: neri e intensi, che sembrano volerti scavare dentro, e con l'esotico taglio a mandorla tipico degli orientali. A dispetto degli occhi, l'uomo rivelava, con l'aspetto fisico e un accento che suonava siciliano anche all'orecchio inesperto della bionda francese, origini mediterranee ... occhi bellissimi e profondi... e ha anche un sorriso molto contagioso...
Gli pesò i cioccolatini e le praline che lui aveva chiesto e, guardandolo con i suoi impertinenti occhi francesi, anche se ormai era perfettamente integrata con la mentalità italiana, Sylvie ne aggiunse tre con la carta velina rossa e gialla attorcigliata a caramella e gli disse, con un sorriso che non aveva niente da invidiare a quello di lui:
"Questi sono una mia creazione. Desidero che li provi. Poi mi dirà cosa ne pensa..."
Luca prese il sacchetto dalle mani di lei e la guardò come se la vedesse solo in quell'istante... carina, molto fine e gentile... sembra straniera... d'altronde, qui a Torino, non siamo forse tutti un po' stranieri?...
Mormorò soprappensiero un grazie e si avviò verso la cassa, con il sacchetto di lucida carta blu tra le mani. Dopo aver pagato il conto ad una scialba ragazza con capelli troppo rossi e un seno inesistente, si voltò e rivolse un ultimo saluto a Sylvie e uscì.
Lei corse verso la porta per sbirciare da che parte andava e che auto avesse, ma lo vide allontanarsi a piedi, dondolando il sacchetto, come un bambino con uno di quei buffi palloncini con la cordina che li tratteneva e li faceva oscillare con il ritmo della camminata. Lo vide fermarsi ad accarezzare un cane, che passava annusando tutti i cespugli della via. Il cane, nero e molto grande, ma chiaramente molto docile, si fermò a prendere le carezze e poi si allontanò con la testa alta e le orecchie dritte. Luca fece altrettanto. Sembrava guardare le nuvole in cielo, mentre camminava, e Sylvie pensò che forse era proprio il luogo dove aveva i suoi pensieri.
La ragazza alla cassa disse qualcosa e lei si riscosse:
"... scusa, non ho sentito quello che mi hai detto. Mi ero distratta a guardare quel ragazzo... che stupida!  Che sto facendo? Spio un uomo che non conosco... e perché poi? Di uomini non ne voglio più sapere. Ho detto basta anni fa e non intendo certo ricascarci... che ore sono, Lucia?"
" Le sedici e trenta. Forse..."
"Sì, è ora di andare a prendere Francesca. Bada tu al negozio. Ci metto cinque minuti."
Con un gesto unico, Sylvie si tolse grembiulino e cuffietta che usava per lavorare e li gettò su uno sgabello, precipitandosi fuori.
Fece la strada quasi di corsa: portava spesso jeans e scarpe da ginnastica, o altre con suola di gomma, perciò aveva sempre una camminata molto sportiva, con passi veloci e movimenti elastici. Era molto magra e i lunghi capelli biondi le davano un'aria da eterna ragazzina.
In pochi minuti giunse alla scuola e attese in giardino, insieme alle altre mamme. Pochi secondi e i bambini uscirono sciamando dalle scale, in un brusio che ricordava proprio le api intorno all'alveare.
Francesca la vide subito e le corse incontro per farsi abbracciare. I capelli erano biondi, come quelli della mamma, e legati in due buffi codini fermati con elastici rosa e verdi.
Sylvie le sorrise stringendola a sé, poi si incamminarono verso la pasticceria, mentre Francesca le raccontava la sua giornata a scuola.
 
Scritto in blu da Dolittle
 

Pensiero volante di: aquiloneblu a 15:47 | link | commenti (14) |
i racconti dell aquilone blu