"Neve" è volato dal mio comodino: la biblioteca lo reclamava. Ora i libri sono sei.
Stavolta l'ho riletto con più attenzione, cercando di carpire qualche segreto a Fermine... ma l'unica cosa che gli ho carpito sono le misure delle pagine del libro. Con il righello ho misurato 12,7 cm per 17... servirà? Chissà: la Vita ci riserva sempre qualche sorpresa. E' stata comunque, una sorpresa rinnovata rileggerlo, anche se per scopi di studio...
Sono andata a recuperare quello che avevo scritto l'anno scorso, dopo averlo letto la prima volta:
Parole lievi,
come oro liquido:
pura poesia.
Sogno di Funambolo
Un filo d'oro
e parole come perle:
il cuore diventa poesia,
su carta di seta.
La purezza come passerella,
alta nel cielo,
sfidando la vita
e la sua ottusità.
Passi leggeri,
come piume antiche
ormai consumate dai sogni,
per volare in alto.
L'ultimo volteggio
il più bello,
il più ardito,
prova d'Amore.
Prima di cadere nel vuoto,
nella grigia opacità
dei cuori aridi
.. lacrime di Neve.
(1 agosto 2003)
"... il poeta, il vero poeta, possiede l'arte del funambolo. Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un'opera, di una storia adagiata su carta di seta, Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere dalla penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quanto la cascata di una virgola o l'ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all'altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell'immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola."
da "Neve" di Maxence Fermine
Sul mio comodino dimorano sempre tre o quattro libri. In questo momento sono sette. Non so perché io abbia questa abitudine; presumo mi piaccia sapere di avere sempre una strada aperta. Sotto a tutti, c'è "Siddharta" di Hesse. E' li da novembre 2001 e non chiedetemi perché lo ricordo così bene: la risposta non vi piacerebbe.
Me lo prestò un mio amico, insieme ai racconti di Heminguay: in quel periodo pensava che io avessi bisogno di distrazione, e in effetti lo avevo, solo che mi era impossibile concentrarmi. I racconti di Heminguay, comunque, li ho letti subito e il libro è ritornato al legittimo proprietario, ma quel siddharta proprio non ne vuole sapere di piacermi, anche se Hesse mi è piaciuto molto in altri suoi scritti.
Poi c'è il libro: quello che dalla sua uscita nel marzo 2001, alloggia lì, in posizione orizzontatale e non ha mai visto i ripiani della libreria, perché lo considero molto importante per le decisioni che presi dopo averlo letto e oltretutto lo trovo molto gustoso, come un biscotto al cioccolato sgranocchiato sulle lenzuola pulite, fregandosene delle briciole che per tutta la notte ti gratteranno le braccia. Ogni tanto apro il libro, anche se le frasi che cerco le so a memoria. Ma sapete anche voi quanto sia più bello leggerle sulla pagina di carta! Lo apro e so che troverò sicuramente una frase divertente, anche perché ormai si apre a certe pagine, lette innumerevoli volte, dove ci sono le frasi che mi hanno fatto ridere da sola come una pazza (!). Il titolo del libro è "On writing" di Stephen King. Se prima amavo il caro Steve, come scrittore, ora lo amo anche come uomo (bugiarda Dolittle! Mi è sempre piaciuto anche come uomo. Ho sempre visto in lui un'anima dolce e molto fragile, nonostante i suoi mostri, anzi, proprio per i suoi mostri! e con questo libro ne ho avuto la conferma). Nel retro di copertina c'è una sua foto, in cui è così dolce e timido e spaurito, da farmi desiderare di abbracciarlo per strappargli le insicurezze e le ansie che ha nel cuore, ma so che a questo compito assolve benissimo sua moglie Tabhita 
A molti sembra strano che io ami tanto King, soprattutto considerando che non amo affatto il genere horror. Allora: perché??
Forse perché tutte le volte che passo l'aspirapolvere sul mio piccolo tappeto, non posso fare a meno di immaginarmi Dolores Claiborne che passa l'aspirapolvere sul magnifico tappeto Aubusson della signora Vera Donovan e poi lo posa a terra acceso per farle credere che sta lavorando e sale silenziosa le scale, per sorprenderla prima che le faccia un altro brutto scherzo.
E tutte le volte che vado a stendere il bucato, mi guardo le spalle, aspettando di sentire una voce che mi urla dalla finestra del secondo piano:
"Sei mollette, Dolittle!! Sei mollette ogni lenzuolo! Vuoi ficcartelo in testa? Sei, non quattro!!"
Credo che questa sia la magia della scrittura: descrivere dei personaggi così reali e intensi da farti preoccupare di trovarli al tuo fianco... Capirete, io ne metto due, di mollette! 
Quello che davvero mi piace di King è la scrittura. Le storie non sempre mi piacciono, e qualche libro non l'ho terminato, ma i personaggi sono molto veri, intensi, scolpiti nella pagina... e la scrittura di King è magica. Scrive così bene da farti entrare nelle storie, facendoti vivere quello che descrive: questa è la cosa che più mi affascina, ed è anche la cosa che vorrei saper fare. Incantare qualcuno e fargli vedere il tessuto azzurro chiaro, stropicciato, ma dall'aspetto molto costoso, della camicia di lui, e come la scarpa di lei sia consumata nel tacco, e la faccia camminare strisciando il piede sinistro, oppure il passo felpato del gatto che entra in cucina e spera di trovare un bel bocconcino di carne...
Questa è la molla che mi fa scrivere, anche se sono ancora molto lontana dal mio obiettivo. Ma ora devo scappare, perché devo correre a stendere il bucato!
La signora Donovan sa essere molto crudele con le sue collaboratrici 
Giovedì sera
Nelle viscere della terra, in bilico tra Giulio Verne e Piero Angela, l'aria è fresca e piena di storia e di storie. Siamo sotto il centro storico e le vie più 'pittoresche': via Drapperie, via Pescherie, via Caprarie. Ogni negozio di queste vie di artigiani e commercianti, aveva un affaccio sul torrente Aposa, da cui gettava le scorie della propria attività e mi sembra di sentire ancora il forte odore formato dalla mescolanza degli scarti del pesce con gli avanzi di tintura con cui si tingevano le stoffe e gli scarti della macellazione degli ovini...
... ed ecco la porta da cui scendevano le lavandaie, a consumare le loro ginocchia sulla pietra da cui guardavano la loro giovinezza sciogliersi nell'acqua del torrente.
Trentotto chilometri di portici nella città e quasi 500 chilometri di sotterranei, in cui si trovano vite antiche e anche vite sconosciute. Bivacchi, giacigli improvvisati, resti di pasti, ma nessuno vede nessuno, qua sotto.
Finito il percorso, risaliamo in superficie e il mondo sembra ancora più strano di prima. Un getto d'aria soffocante ci toglie il fiato. La dolce Annina solleva i suoi bei ricci: forse pensa ai ghiacciai islandesi... ma ci sono i ghiacciai in Islanda?
Camminando mi consegna un abbraccio sorridente, arrivato per posta, e io so perfettamente come è forte, perché l'ho già ricevuto un'altra volta. La notte scivola tra le pietre antiche, la cineteca in piazza e il gelato mangiato nel parco.
Venerdì
Di nuovo in stazione: negli ultimi mesi è diventata una meta abituale. So già che i suoi capelli non sono in ordine: me l'ha scritto in un messaggio e, poi, ormai, è la regola. Finalmente l'abbraccio e camminiamo in un'afa appiccicosa e densa che toglie il fiato.
La casa è fresca e dopo mangiato, ci sediamo qui su, davanti alla scrivania dove passo molte ore.
Passiamo poi in giardino dove ci godiamo l'aria che passa in mezzo agli alberi e le chiacchiere da amiche ritrovate.
Sabato
La gita è d'obbligo. Niente centro della città: troppo caldo. Meglio un paese in collina e le pareti dipinte da grandi artisti. Non ci facciamo sfuggire questa scatola di Minerva, con l'immagine del nostro segno zodiacale:
Scivoliamo poi, nella frescura della Rocca da cui ammiriamo questo splendido panorama:
Alla sera corsa in stazione e saluti dolceamari, in mezzo alla folla colorata. Ognuna ha lasciato una parte di sé nella borsa dell'altra e a casa Diddlina mi aspetta sulla scrivania, con i suoi dolci occhi e i grandi e buffi piedoni.
Domenica
Dopo il temporale di stanotte, il mare è arrabbiato.
E' indifferente: oggi non siamo venuti per lui. Siamo qui per festeggiare una ricorrenza felice e io, non so come, mi trovo soffocata da un abbraccio stritolante davvero, mentre le mie orecchie sentono un sussurro di parole dolci, che mi culla come una ninnananna. Di questo non ho la fotografia, ma non ne ho bisogno: è dentro la scatola magica del mio cuore.
E' un' afosa domenica di fine Luglio, e non ho nulla da fare.
I pensieri, tutti, come sospesi, sulle vie assolate e deserte.
Deja vu.
Una maglietta bianca svolazza e abbaglia, dal balcone di fronte, dove una
bimba carezza una piccola Barbie senza braccia.
Il destino, una bandiera, un segno d'arresa ?
Mai.
Nell'aria, però, qualcosa di ineluttabile.
Bep bep,da una stella due, tre messaggi d'aiuto.
Vorrei scuotermi, ma non riesco.
Guardo il filo di luce che, da ieri, sul tetto danza.
Sono fermo, dinanzi al mio schermo, già pieno di inutili parole.
Come se acque quiete e lontane ascoltassero il mio sommesso fragore.
Soltanto la mano va, su una nuvola che ha contorni dorati, e un velo
inspiegabile di leggiadra malinconia.
Strano cuore il mio.
Strano cuore quello che ti appartiene.
E' una verde altalena: mezza rotta, pende da un lato e a fatica
oscilla, dentro prati senza confini.
Che aspetti Amore ?
Siedi su di essa, sii paziente: aspetta la folata.
Ti spingerà su, ne sono certo, fino al lembo di cielo che vuoi tu.
Ti AMO.
Vorrei sdraiarmi al tuo fianco
Posare i miei pensieri
nella curva della tua spalla,
e chiudendo gli occhi
sentire le tue ansie
sciogliersi sotto la mia mano
che circonda il tuo cuore.
Le tue braccia intorno a me
e il tuo respiro,
che colora i nostri sogni
adagiati sulle nuvole
del cielo che è dentro di noi.
Immobili nel corpo
ma non nell'anima,
così fino al mattino
e aprire gli occhi
nella luce di un nuovo giorno.
Vorrei sdraiarmi al tuo fianco.
La cucina gialla
Dalla corrispondenza degli autori (l'unica mail che si è salvata dopo la formattazione di un computer e la distruzione di un altro pc):
... e dopo 1250 puntate della fiction tv 'La cucina gialla', si arrivò, dopo 1000, o meglio 1250 peripezie, al culmine della storia, che comprendeva 32 innamoramenti, 8 malattie di cui 3 gravi, poi felicemente risolte, 4 gravidanze di cui 1 isterica, 2 episodi di omosessualità (senza questi, la fiction non reggerebbe gli ascolti, e poi vogliamo, o no, dimostrare che sappiamo trattare anche i temi più delicati??), 12 scosse di terremoto, di cui una, l'ultima, fortissima, tutto questo e tanto altro contenuto in questa meravigliosa serie che ha risollevato le sorti della RAI...
Comunque, dicevo, dopo tutto questo, nell'ultima scena, dopo il terremoto che ci fa temere di perdere i nostri ragazzi e la nostra cucina gialla... accade di tutto. Pulce non ne vuole sapere di abbandonare la cucina gialla: ci sta troppo bene. D'altronde, come dargli torto? Anch'io ci ho trascorso dei bei pomeriggi...
Scena finale
Fuori onda
... Annalisa, stretta ad Alessandro e con gli occhi chiusi, trema in modo incontrollabile. Lui cerca di calmarla con le sue carezze, sempre più intime, che sembra voglia attirare pure quegli allupati della Fazieditore, e le sussurra dolci parole nell'orecchio.
A questo punto, interviene uno degli autori e lo prende per un braccio, tirandolo nell'angolo della cucina:
"Insomma, Ale, sempre a quello stai a pensà... eccheccavolo!! è un momento drammatico, il clou della storia, tutti gli spettatori sono incollati allo schermo... e tu pensi solo a quello!! Un po' di vis dramatica, su!!"
Lo ricaccia nel suo angolo di cucina, mentre l'altro autore redarguisce pesantemente Luciano, che fra l'altro nella scena finale non era manco previsto, ma si sa, 'sti attorucoli, per comprarsi le loro giacche firmate, devono sempre essere al centro dell'attenzione.
In quel momento, caos totale, il rumore del terremoto che si affievolisce in lontananza, polvere e cenere che cade ovunque e impedisce di respirare anche ai soli delle piastrelle,
... in quel momento, dicevo,
Pulce, che prima sembrava indifferente a tutto e a tutti, anche se il terremoto l'ha un po' angustiato, si sa gli animali lo sentono molto più degli uomini, Pulce, dicevo, che all'inizio della serie era una specie di gatto di strada senza arte né parte, e manco un euro in saccoccia, però, si sa, a stare bene ci si abitua in fretta, e diciamola tutta, nella cucina gialla Pulce ci stava come un papa e non ne voleva sapere di andarsene, comunque Pulce prende, se così si può dire, in mano la situazione e, imitando una tigre che aveva visto una volta in tv ( mai fare vedere troppa tv agli animali: è diseducativa!) fa un ruggito e salta, artigliando la gamba destra di uno degli autori (chi vuole sacrificarsi, per il bene della storia? io no :-) ) che cade a terra, rantolando per il male, mentre il sangue esce a fiotti, sporcando la sceneggiatura caduta a terra, e il pavimento.
Gli attori, sconvolti dal sangue e dal fatto che poi tocca a loro lavare il pavimento " accidenti a voi! non potete scrivere storie che non sporchino?" e anche dal fatto che nessuno di loro ricorda la propria parte, decidono di troncare la fine e, scavalcando, senza nessuna riconoscenza per chi li ha aiutati a pagarsi l'affitto e le bollette, negli ultimi 5 anni (tanto è durata la serie), il povero autore, se ne escono, dopo avere vuotato il frigo e spento la luce.
L'altra metà degli autori, solleva da terra il suo socio e lo accompagna fuori, mentre Pulce, rimasto unico abitante della cucina gialla, si sistema nella sua cesta odorosa di cotoletta fritta e sogna una serie di 3684 puntate, in cui lui è l'unico protagonista. 
Scritto in blu da Dolittle
Quando i tetti gocciolano e le anime a te care seccano
al cospetto di cieli irrequieti più volte violati.
Quando la terra si bagna e sale alle narici quel profumo di crepuscolare libertà.
Quando le lumache ti guardano dall'alto della loro fragile, invidiata lentezza, e il pensiero tuo corre fino a lambire mondi senza più confini.....
Io ti penso Amore, e abbraccio la vita, nella luce sempiterna dei tuoi silenzi.

Le idee sono come i conigli: ne prendi un paio, impari a gestirle, e ben presto te ne trovi una dozzina.
Certi giorni mi sento proprio così, come questo coniglio.
E ne pago le conseguenze.
Ma, si sa, le idee sono idee 
La cucina gialla
Ventiquattro
Mentre il fragore del terremoto si calmava, allontanandosi e spegnendosi, Annalisa si accorse delle braccia di Alessandro. Lui la stringeva così forte che non poteva respirare e lei sentì che quello era l'unico luogo in cui sarebbe stata al sicuro. Per sempre. Non si mosse, ascoltando solo le sensazioni che quelle forti braccia le davano e tenne gli occhi chiusi, e lui iniziò a parlare, mormorando vicino al suo orecchio, mentre le baciava il collo, le tempie e la fronte. Poi Alessandro le prese il viso con le mani e le fece aprire gli occhi:
"Stai bene? Ti sei fatta male?"
Al suo silenzioso diniego, la baciò in fronte e su tutto il viso, mentre lei respirava piano il sogno che li avvolgeva. Un gemito li fece ritornare sulla terra.
Marco era chino su Chiara, che sembrava svenuta sul pavimento, con un gamba piegata sotto di sé. Annalisa cadde in ginocchio e iniziò a carezzare il viso dell'amica.
"Chiara, ti prego, ti prego, dimmi che stai bene... oddio, Marco, cos'è successo? Fai qualcosa, ti prego..."
"E' solo svenuta, vedrai che adesso si sveglierà. Non toccarle il collo, aspetta che si svegli... voi state bene?"
E tutti si guardarono intorno. Roberta era seduta sul pavimento, con un graffio sulla guancia e Max le teneva le mani, mentre le sussurrava qualcosa. Si girarono, confermando così le loro condizioni. Tutti si riunirono intorno a Chiara che sembrava ancora fuori dal mondo. Marco le sollevò i piedi e Alessandro le diede qualche colpetto sulle guance, mentre Annalisa si torceva le mani.
Finalmente lei aprì gli occhi e, con l'espressione di chi non capisce dov'è si rivolse a Marco, che la rassicurò con lo sguardo tranquillo dei suoi occhi verdi. Poi iniziarono a parlare tutti contemporaneamente e Annalisa le carezzava il viso, parlandole come non faceva da giorni:
"Chiara... che paura... temevo non ti svegliassi e io che ero stata così stronza con te... ero disperata... ti voglio così bene e avevo lasciato che uno stupido si mettesse fra noi e la nostra amicizia... e potevo perderti... dimmi che mi vuoi bene e che mi perdoni..."
"Annalisa, aspetta. Farai in tempo a parlare con Chiara. Adesso lascia che si riprenda." Marco cercava di farla alzare e di sostenere Chiara, ma lei non volle saperne, finché l'amica non le dedicò il suo dolce sorriso.
Sollevarono Chiara e la fecero sedere su una poltrona che Max si era precipitato a prendere dalla camera di Roberta. E, mentre Marco le teneva la mano e le carezzava la fronte, Roberta mise sul fuoco un bollitore, sentenziando che un thè rimette a posto qualsiasi cosa.
Tutto sembrò calmarsi e i ragazzi si guardarono attorno, per la prima volta, per valutare i danni: qualche piastrella caduta e la tazza con Charlie Brown in frantumi sul pavimento. Niente che non si potesse rimediare. Max prese una scopa e iniziò a raccogliere i cocci, mentre in lontananza si sentiva il fragore delle ultime scosse.
Il bollitore iniziò a fischiare, proprio mentre si udì un gemito...
"... Pulce!!! Dov'è Pulce? ... ma è nella sua cesta! Poverino, sta male... gli sarà caduto in testa qualcosa?"
Annalisa si inginocchiò di fianco alla cesta, allungando la mano per accarezzare il gatto.
"... Ale, Pulce sta male! Guarda come soffre... respira malissimo... oddio, cosa facciamo?"
Alessandro allungò una mano e sollevò un lembo del vecchio maglione di cachemire, che un tempo era di Luciano, e svelò il mistero: un gattino piccolissimo, bianco come la neve.
"Pulce non sta male. Sta solo partorendo i cuccioli... Evidentemente Pulce non è un gatto, ma una gatta!"
"Ecco, perché Pulce sembrava sempre ingrassare... povero!... o povera! era incinta!!"
"Ma... allora, dovremo cambiargli nome!"
"Ma no! Pulce è un nome che va bene anche per una signora!"
In quel momento, un altro gattino, stavolta tutto nero, fece il suo ingresso nella cucina gialla e Roberta versò il thè nelle tazze, guardando Max con uno sguardo che nessun altro aveva mai visto. Lui le regalò quel sorriso che lei aveva riacceso.
I soli verdi e arancioni erano ancora tutti sulle piastrelle. Neanche uno era caduto a terra e Annalisa, fra Chiara e Ale, sentì che quello era un luogo magico e comprese che finché sarebbero rimasti uniti, avrebbero potuto affrontare qualsiasi terremoto.
In quel momento, un raggio di luce rosata entrò nella cucina gialla e si scaldò insieme a loro.
FINE
Scritto in blu e verde da Dolittle e Actarus. Gli autori e Pulce ringraziano i fedeli lettori.
E' stato un grande divertimento scrivere questa storia e speriamo sia stato altrettanto per voi leggerla
Al mio arrivo la luce del sole è ancora molto viva e io cammino dolcemente, fermandomi ad ogni cespuglio e sollevo ogni fiore per catturare una possibile fragranza. Mi fermo qualche secondo sotto i tigli, anche se sono quasi sfioriti, ad inebriarmi del loro squisito e fortissimo profumo, che ormai non c'è più. Lo amo tanto che, se chiudo gli occhi, lo posso sentire. I giardini dell'ospedale sono così rasserenanti, anche se so che avranno sentito tante lacrime scivolare sulle loro foglie e nei loro sentieri. Sapere che gli stessi alberi sono lì da secoli e hanno visto passare tante angosce, ma anche tante nuove vite, tanti sorrisi e tante nuove aspettative, mi rassicura come sempre sa fare la natura.
"All'ospedale dei cartoons, tutti i cartoni si sono ammalati di polmonite atipica..." (!) Scambio uno sguardo con la dottoressa S. e un breve sorriso: sentire bambini di 6 anni che parlano di polmonite atipica, come del ketchup sulle patatine, fa sorridere. Ma il sorriso si spegne subito: leggo molto velocemente e sono già arrivata alla fine della storia. So già che i cartoni diventeranno angeli e aiuteranno gli altri cartoni ammalati... La creatività è molto legata all'esperienza che si sta vivendo e forse questo vale ancora di più per i bambini, anche se molte cose le ho trovate simili alle mie esperienze, pur molto diverse da quelle di cui stiamo parlando.
Mentre ascolto le spiegazioni della dottoressa S. sul comportamento dei bambini, le confronto con il mio comportamento, anche quello passato, e trovo più riscontri di quelli che pensavo.
La seconda parte del gruppo è sempre molto piacevole, anche se io ho sempre un angolino della mente che si preoccupa. Il discorso scivola su quanto sia più facile parlare con un estraneo, piuttosto che con un familiare. Io, che credo moltissimo in questo, che sembra un paradosso, difendo la mia idea e c'è un bel dialogo, durante il quale faccio ridere il gruppo con qualche battuta. Sono, perciò, molto rilassata, e accolgo con sorpresa la richiesta di L.: "Perché non racconti la tua avventura a Roma?"
Mentre parlo mi emoziono e alla fine, la psicologa che fa la supervisione, dice:
"...prima o poi, doveva uscire questo discorso, no?"
".. quale discorso?" replico io, che ho la coda di paglia, e penso sempre che tutti sappiano.
Il grosso problema sono le assenze, per una volta però, concentriamoci sulle presenze. Forse è l'atteggiamento giusto: invece di notare chi non c'è, diamo risalto a chi c'è e si impegna sempre per lavorare al meglio. Così, quando racconto che nei mesi estivi rimango completamente sola e che abbiamo un quaderno su cui ci scriviamo le notizie o le cose che non vanno, e che l'anno scorso mi scrivevo e mi rispondevo da sola, perché ero l'unica che continuava ad essere presente, suscito l'ilarità del gruppo. La dottoressa S. commenta: " Si può dire che tra gli assenti non possiamo mettere l'ironia. Quella mi sembra sia sempre presente tra noi!"
Forse è anche la compagna che più ci sostiene, quella a cui ci appoggiamo più spesso.
All'uscita i viali sono silenziosi e bui. Scendo nel parcheggio sotterraneo, ora quasi vuoto, e il mio passo rimbomba nel garage semideserto. A questo punto, immagino sempre un serial killer nascosto nell'ombra di una colonna, perciò affretto il passo verso l'auto, che rappresenta la sicurezza, e ritorno verso la casa e la sua tranquillità.
La luna si è nascosta stasera e ci sono poche stelle a farmi compagnia, ma si tratta solo di un momento... in verità so che ci sono molte stelle nel mio cielo. E che brillano tutte.