La piccola automobile rossa era uscita di nuovo di strada. Stavolta era finita in un campo di grano e, dopo essersi riavuta dalla botta che aveva preso, si controllò il muso, le fiancate... e vide che non aveva riportato danni. Stavolta. Ormai era abituata alle uscite di carreggiata e alle ammaccature. La prima volta la botta era stata molto grande e le aveva rovinato tutto il fianco sinistro. Per molto tempo aveva portato i segni di quella 'botta', poi siccome si vergognava ad andare in giro così, aveva pensato di farsi dare una mano di vernice per nasconderle. E infatti, ora si vedeva poco e quasi nessuno se ne accorgeva. Il vero problema, però, era che lei sapeva di averle e le sembrava che tutti la guardassero proprio lì: dove c'erano i segni delle passate esperienze. Le sembrava che tutti notassero le ammaccature e la compiangessero per quello, così se ne vergognava. Cercava sempre di camminare vicino ai muri, per nascondere il fianco ammaccato.
Mentre stava lì, nel campo di grano, a guardarsi e controllare i danni, sentì una voce:
"Ehi, tutto bene? Ti sei fatta male?"
Sollevò lo sguardo e vide una bella automobile blu, grande e lucida, che la guardava con sollecitudine.
"No, non mi sono fatta niente. Però, adesso non so come uscire. Non ce la faccio, a sollevarmi e a saltare il fosso... come farò?" e la piccola automobile rossa, scoppiò a piangere.
"Non piangere, ora ci penso io." e con un balzo, la grossa e forte automobile blu, atterrò sul campo di grano, di fianco alla piccola auto rossa.
"Coraggio, ora ti attacco al mio gancio e ti tiro fuori da qui. In un secondo sarai di nuovo in strada, più bella di prima."
"Per te è facile dire così: tu non sei mai uscito di carreggiata e non ti sei mai fatto male. Sei grande e forte e niente ti può fare male.. Invece, io, guarda... " e gli mostrò il fianco sinistro.
"Cosa c'è? Io non vedo niente..."
"Qui. Proprio qui. Non vedi? tutti questi segni? una volta sono uscita di strada e mi sono tutta ammaccata e poi non sono più stata come prima... ora sono brutta e sciupata e nessuno mi vuole come amica..."
"Ma non è vero! Tu non sei brutta e sciupata e sono sicuro che potresti avere tanti amici, se lo volessi. Io, ti vorrei come amica... e poi, guarda, anch'io una volta sono uscito di strada e mi sono ammaccato. Guarda qui... " e le mostrò il suo fianco destro.
"Cosa? ... io non vedo niente. Non hai niente: sei perfetto. ... davvero, mi vorresti come amica?"
"Certo! ... guarda, vedi qui? E qui? E qui?" e le indicò tutte le ammaccature che si intravedevano sotto la bella vernice blu metallizzata.
"Mi sono fatto verniciare di nuovo, per nascondere un po' le ammaccature e rimettermi in strada, però mi sembra che tutti le vedano... e poi, anch'io non ho tanti amici, perché mi sembra sempre che mi guardino proprio lì e non mi sento di stare in mezzo agli altri..."
"Oh! Ma non è vero! Non hai niente, sei bello e forte e ti assicuro che non si vede più niente. Io non vedo niente.E mi piacerebbe essere tua amica..." e la piccola auto rossa, chinò il viso, per nascondere il rossore, che comunque non si sarebbe notato, visto il suo colore.
" Ok, allora affare fatto, Saremo amici e ci aiuteremo. Inizierò con tirarti fuori di qui. Vieni, attaccati forte al gancio di traino. "
La piccola rossa si attaccò, mentre lo guardava con occhi fiduciosi: sentiva che la grossa automobile blu, l'avrebbe tolta dai guai. Infatti, in un minuto, furono di nuovo tutti e due in carreggiata.
"Hai visto? Cosa ti avevo detto? Sana e salva, senza un graffio!"
"Grazie. Se non ci fossi stato tu..."
"Beh, però, c'ero. Avanti, vieni che andiamo a fare un giro, giusto per vedere se funziona tutto bene e se riesci a camminare."
"Io, di solito, cammino con il fianco sinistro vicino al muro, per non far vedere le ammaccature."
"Io invece, con quello destro, vicino al muro..."
"Ho un'idea. Se camminiamo affiancati, io nasconderò il tuo fianco destro e tu quello mio sinistro. E nessuno vedrà più i nostri graffi e le nostre ammaccature..."
Perciò, non stupitevi se vedete una piccola auto rossa e una grossa auto blu camminare affiancate: è la forza dell'Amicizia che fa una passeggiata.
PS. Questa è solo una favola. Nessun riferimento ad automobili veramente esistenti 
La cucina gialla
Diciannove
Marco si mosse per abbracciare Chiara, ma lei sfuggì al suo abbraccio e corse via piangendo.
Pulce guardò Marco, con gelidi occhi verdi, stretti come fessure, poi la seguì,fuori dalla cucina.
Marco rimase solo, a fissare i soli delle piastrelle: per la prima volta, da quando abitava lì, non sorridevano.
Da un lato sentiva la responsabilità verso il padre, ancora lontano dalla guarigione, dall'altro il dolore che le proprie parole avevano causato a Chiara.
Aveva sentito il piccolo cuore della ragazza, spezzarsi e ora non era più sicuro d'aver fatto la scelta giusta.
Non voleva far soffrire Chiara, ma i suoi genitori avevano bisogno di aiuto, che figlio sarebbe stato se non glielo avesse dato?
Pensò che, alla fine, in ogni modo, qualcuno che amava avrebbe finito col soffrire, dubitando perfino del suo amore.
La brioche, che aveva preso poco prima, gli cadde di mano, non aveva più fame.
Udì i singhiozzi di Chiara, che nella sua stanza ancora piangeva, nonostante Pulce, che si sentiva miagolare fin da lì, cercasse di distrarla in tutti i modi, con moine e carezze.
Si alzò e sentì il bisogno di andare da lei e chiederle scusa.
In quell'istante, un fragore improvviso e il pavimento che tremava sotto i suoi piedi, lo fecero vacillare. Si riprese subito e fece per correre nella camera di Chiara, ma lei l'aveva preceduto e se la trovò tra le braccia, mentre piangeva così forte, da rendere inutile ogni parola di conforto. Non l'avrebbe sentita comunque.
Finalmente Chiara si calmò e i suoi singhiozzi si fecero più leggeri, come il terremoto, che si era allontanato come un temporale estivo. Pulce l'aveva seguita: da solo non voleva stare, lui! Il terremoto lo terrorizzava. Si infilò sotto al mobile, da dove ascoltò le parole con cui Marco cercava di calmare Chiara:
"... tesoro, non piangere, vedrai sistemerò tutto. Per un secondo ho avuto paura di perderti e di non avere più la possibilità di dirti quanto ti amo. Questa scossa di terremoto mi ha fatto ricordare che niente è più importante di te. Credo di aver esagerato, prima: il senso del dovere verso la mia famiglia mi ossessionava. Temevo di non essere un bravo figlio, o fratello, e so che se non facessi quello che gli altri si aspettano da me, non potrei più avere stima di me stesso. Però avevo esagerato: non credo che i miei vogliano veramente che io rinunci alla mia vita. Spiegherò loro che sarà una soluzione momentanea. Starò a casa finche mia sorella non avrà partorito e finché mio padre starà un po' meglio. Quando saranno tutti più tranquilli, tornerò e finirò i miei studi e faremo tutto quello che avevamo pensato. Non posso stare senza di te, non posso stare senza dirti quanto ti amo. E non lo farò: starò qui e ti amerò."
Chiara non aveva ancora parlato, ascoltava le parole di Marco con gli enormi occhi neri fissi sul suo viso e si lasciava cullare dal loro suono. Si sfregò gli occhi con la manica della tuta azzurra, tirando su con il naso, e si avvicinò ancora di più stringendolo a sé.
Il silenzio scese finalmente, e Pulce pensò che forse ora poteva uscire da sotto il mobile. Mise fuori la testa e si fermò compiaciuto, guardando Marco e Chiara che si abbracciavano: era merito suo. L'occhiata che aveva riservato a Marco aveva fatto effetto! Ah... se non ci fossi io, ad occuparmi di tutto...
Chiara intanto diceva a Marco: " ... gli altri non si sono accorti di niente. Si vede che dormivano già. Sono molto stanca anch'io, però ora ho un po' fame, con tutte queste emozioni... ci facciamo un toast?"
Alla parola toast, Pulce si buttò letteralmente in mezzo alla cucina e, con un salto, salì sul tavolo, per farsi vedere:
"Quando si parla di mangiare, tu ci sei sempre, eh?... Marco, non sembra anche a te che Pulce sia ingrassato? Forse gli diamo troppo da mangiare..."
La padella d'acciaio, appesa al muro rifletteva la sua immagine e il gatto si guardò: ... ingrassato... ma guardatevi un po' voi... sto benissimo!
Scritto in verde e blu da Actarus29 e Dolittle

Notte d'argento:
nel tuo viso bianco
splende la luna.
Sotto i petali lunari
della riva perduta
al fragore d'un bacio.
Bianca Rosa
vorrei vederti.
Sempre.
Sullo specchio
d'acque calme
sbocciare piano.
Unendo gli animi.

Cammino in un giardino che sembra il mio, ma forse non lo è. Un lungo tratto è senza erba e il terreno si presenta secco, polveroso, di colore rossiccio, e disseminato di piccoli fori circolari.
Da ognuno di questi esce qualcosa: mi avvicino e vedo lunghe orecchie pelose di coniglio. Ne afferro qualcuna ed estraggo tanti conigli dal terreno. Piccoli conigli di colore marroncino, che si agitano leggermente, ma senza paura. Non mi stupisco, mi sembra naturale coltivare conigli in giardino.
Poi, quasi in dormiveglia, mi dico che forse è un sogno. Forse è un sogno, e forse no... e se il sogno fosse ora?

Una volta, qualcuno mi ha paragonato a Gaudì e a questo suo mosaico: ... Ti paragono a Gaudì per la gioia e i colori che sei in grado di trasmettermi..." e tu ieri mi hai paragonato all'estate, perché: ... è piena di colori, è calda.
Ma non è stato questo che mi ha fatto piangere: è stata quell'altra frase. E' stato sentire che anche tu vorresti proteggermi, togliermi il dolore e cancellare le ombre dal mio viso. Le tue frasi mi hanno fatto sentire il tuo affetto e, una volta di più mi rassicurano sulla possibilità di avere momenti di gioia e di serenità insieme a persone che mi amano.
Di solito sono io che proteggo e rassicuro gli altri, e anche con te cerco sempre di farlo. Sentire che anche tu provi il bisogno di farlo con me, mi ha fatto piangere. Ma non devi preoccuparti, perché le lacrime di emozione non fanno male: sono come un balsamo da spalmare sulle ferite del cuore.
Tutti hanno bisogno d'affetto. Difficile è farlo capire agli altri, difficile è dirlo. Poi, nel momento in cui lo ricevi, devi anche lasciarti andare e accettarlo. Accettarlo è la parte più difficile, perché implica fiducia nell'altro e siamo sempre tutti restii a concederla, perché abbiamo già subito delusioni e amarezze da parte di qualcuno. Ma, non concederla, significa precludersi ogni possibilità.
Io ho deciso tempo fa di non privarmi di niente: non eviterò di abbracciare se ne ho voglia e non eviterò di dire a qualcuno ti voglio bene, e mi sto prendendo tutto il piacere di amare senza condizioni. Dare è ricevere. Io credo che niente vada mai perso, soprattutto l'affetto. Si combina, si trasforma e poi ritorna a chi l'ha dato.
E tu, ieri, mi hai dato quello che io spero di offrirti sempre: affetto e carezze.
Mentre ti scrivevo, mi ha raggiunto un tuo messaggio. D'impulso, ti ho risposto dicendo che pensavo di postare una parte della lettera che ti stavo scrivendo. E tu, che sai benissimo che sto pensando, per me significa sto per fare, ti sei preoccupata: perchè?...
Niente di strano: di solito condivido emozioni d'angoscia, o di rabbia. Oggi vorrei condividere un'emozione di dolcezza e di gioia.
La cucina gialla
Diciotto
L'alba li trovò che ancora ridevano, e spinse la sua luce fin nell'angolo più nascosto della cucina gialla: tutti erano di buonumore quella mattina. Finalmente Pulce dormiva tranquillo, anche se i ragazzi avevano fatto confusione tutta la notte. Sapere che Luciano era sulla spiaggia, vestito solo dei raggi della luna, lo rendeva particolarmente sorridente e serafico.
"Beh, ragazzi, abbiamo tirato l'alba. Proporrei di andare a letto."
"Roberta! Da te non me lo sarei mai aspettato! Fare l'alba così... e ora, come farai ad andare al lavoro?"
"Semplice. Non andrò! Telefono e dico che sto male. Sono anni che non manco un giorno. Me lo merito!"
"Beh, sono stupefatto!" Alessandro non si capacitava delle parole di Roberta e continuava a mormorare scuotendo la testa.
"Come si dice... ormai le ho viste tutte! ... ma, non sentite anche voi un'aria strana? ... non so, come quando è in arrivo un temporale..."
"Dai, Ale, smettila! Lo sai che ho paura dei temporali... ma no, il cielo è bellissimo! Guarda!" Annalisa lo trascinò davanti alla finestra e gli indicò il sole che iniziava a salire nel cielo, rendendo tutto rosato e dolce.
"Vabbè, ragazzi. Io vi saluto. Vado a stendermi qualche ora sul letto. Vieni Max, ti cederò la poltrona." Roberta strizzò l'occhio a Max, che non si fece ripetere l'invito.
"Vieni, Annalisa, sarà meglio che anche tu vada a riposare. Non hai lezione, domattina? Anzi, stamattina!"
" Cavolo! E' vero! 'notte, ragazzi. Ci vediamo domani, cioè oggi. Chiara, non vai a letto?"
"No, aspetto ancora un po'. Voglio vedere l'alba. Buona notte." e Chiara si sedette sulla sedia vicino alla finestra, mentre Marco le prendeva la mano.
Qualche minuto di silenzio, ognuno inseguendo i propri pensieri, e poi Marco prese una sedia e l'avvicinò a quella di Chiara:
"Ti devo dire una cosa... è da qualche giorno che volevo parlarti, poi con questo trambusto e i malumori e il resto, non mi sono sentito di dirti niente..." Marco si interruppe, come avesse cambiato idea e Chiara, gli occhi ancora più neri e grandi, lo fissava come se non l'avesse mai visto. E, forse, era vero.
Lui trangugiò un boccone immaginario e proseguì, dopo un forte sospiro:
"... quando finiranno i miei corsi, tornerò a casa. Per sempre." e le lasciò la mano, dando al tutto una forma definitiva.
Chiara non fiatò: aveva mille domande, mille parole che si rincorrevano nel cuore, ma non poteva pronunciarle. La gola si era chiusa, come stretta da una mano malvagia, e le impediva di parlare.
" Dì qualcosa, ti prego. Non odiarmi, sto già male... non posso neanche pensare di andarmene e lasciarti, ma devo tornare a casa. Mio padre deve proseguire le cure, sai che non è guarito del tutto e non può lavorare al ritmo di prima e io gli devo dare una mano. Mia sorella sta per partorire e la mamma è troppo agitata. Tutti contano su di me e io devo andare."
"... ma a me, a noi, non pensi? Avevamo fatto tanti progetti, avevi detto che saremmo andati a vivere insieme...con quel lavoro che ti hanno offerto e il mio ci saremmo presi casa da soli, avevi detto... e poi devi terminare gli studi, il tuo professore dice che hai un grande talento e che ti vuole aiutare... e i nostri sogni, dove sono andati a finire? I tuoi sogni... dove metterai i tuoi sogni?... è per quello che è successo? Vuoi andare via da me, perché pensi che sia stata colpa mia? che Luciano ci abbia provato perché io gli ho fatto capire che..."
"Ma no, cosa dici? Non l'ho mai pensato, lo sai. No, il motivo è quello che ti ho detto. La nostra storia non c'entra."
"A questo punto non credo che esista una 'nostra storia'. Forse non è mai esistita e ci siamo illusi... mi sono illusa."
Scritto in blu da Dolittle
Giovanni è appena uscito, per tornare a casa. Di quella scatola che gli ho dato, non abbiamo più parlato. Quel giorno gli chiesi se la voleva e lui disse sì, come le altre volte. Vorrei qualsiasi cosa appartenuta a lei... Mi guarda con quegli occhi indecifrabili, in cui ho già letto anche troppo. Parla poco, ma io lo sento benissimo.
Lei è sempre fra noi, per questo so che un giorno Giovanni uscirà dalla mia vita e io non lo fermerò. Non voglio che il nostro affetto diventi un peso e un ostacolo per lui. Sono pronta a recidere anche quest'ultimo cordone che ci lega, per favorire la sua felicità. Ho solo un timore: che non sia sufficiente.
Quercia spezzata
Come ti hanno, albero, spezzato,
Come stai dritto nella tua stranianza!
Mille volte hai sopportato
Finché furono in te tenacia e volontà!
Io ti somiglio, con le mie ferite,
Non ho tradito la vita offesa
E ogni giorno dalle asprezze subite
Alzo ancora la fronte nella luce.
Quanto c'era in me di dolce e delicato
Il mondo l'ha ferito a morte,
Ma la mia natura è indistruttibile,
Sono appagato, soddisfatto,
Paziente metto nuove foglie,
Sul ramo spezzato mille volte,
E a dispetto del dolore resto
Innamorato in questo pazzo mondo.
Hermann Hesse
Oggi ho in mente questa poesia.Tempo fa l'avevo mandata ad un amico e avevo sperato che ci somigliasse. Oggi penso di sì, che sia vero. L'altro giorno ero di nuovo spezzata, con la mia fragilità offesa dalla violenza dei fatti e dall'impatto che hanno avuto su un'anima già incrinata. Mi sono appoggiata al cuore di chi me lo ha offerto e mi sono lasciata abbracciare, assorbendo le energie altrui e sentendo di nuovo che nessuno è mai solo, se non lo vuole. E io non lo voglio. L'ho sempre saputo. E lo vedo dalle nuove foglie che nascono sul mio ramo spezzato, dai fiori che guardano il sole e non lo temono. Offrono loro fragile bellezza a chi li vuole guardare, e non temono di farsi vedere deboli contro la luce del sole. La loro debolezza è la loro forza: il motivo di interesse altrui. La fragilità che non nasconde, bensì offre con generosità.
Le strade di Roma, litigano sempre con i miei piedi. Il cielo, invece, è in grado di riconciliarmi con tutto, anche con certi tassisti che si inventano il prezzo della corsa. Scendiamo a Piazza Navona e non ho alcun pensiero. L'unico è tenere stretta questa piccola mano, la stessa che tenevo quel giorno, mentre attraversavamo la strada. Poi l'incanto della città, sempre viva e pulsante come ricordavo, musica e gente, colori e clown, palloncini Emergency da ragazzi in monopattino, cani curiosi e bambini biondi. L'immancabile gelato e finiamo tutte e due con sporcare la maglietta. Non ha importanza: senti che aria fresca e leggera. Si trova solo sotto questo cielo...
Lei annuisce. Sa che con me, ha sempre spettacoli unici. Due braccialetti di perline in un laccetto di cuoio. Ognuna lo lega al braccio dell'altra, per ricordarci questa giornata. Unico rammarico: non avere incontrato Draven e non aver visto danzare la capoeira.
Il lunedì inizia bene. I bambini sono felici e in attesa di vivere la loro avventura. Un fulmine dal microfono: una bimba sta male ed è ricoverata al Bambin Gesù. Panico tra i genitori e lacrime tra i bambini. Li dobbiamo consolare, anche se temiamo per la vita della bambina. In un secondo siamo in una situazione assurda: da festa, la gita si trasforma in tragedia.
Purtroppo, ormai vedo segni e simboli in tutto. La mamma era seduta di fianco a me ieri e la bambina era venuta spesso e l'ho vista bene e le ho parlato. Io, che non credo al caso, sento tutto questo come un peso enorme. E non posso condividerlo con nessuno. Qui nessuno mi conosce.
Una giornata pazzesca: medicine ingoiate ansiosamente nel giardino degli studi Rai, un pranzo in piedi sull'erba perché non ci accettano alla mensa, un rientro con l'angoscia per la bimba ricoverata e il terrore che qualcuno di noi subisca il contagio. I bambini entusiasti di fare la pipì rossa, vogliono correre al bagno e noi li assecondiamo, sperando di distrarli dal resto.
Ora, mentre mi accingevo a scrivere, la notizia che non volevo ricevere, ma di cui ho subito l'angoscia fin dall'inizio.