Per la pioggia lieve
che all'alba del sogno
udimmo assieme.
Tremo.
Per lo specchio
dei tuoi occhi grandi .
Tremo ancora.
Per le nostre anime
inquiete
fuse in una gioia sola.
Domenica pomeriggio
Oggi userò poche parole. Ne ho già usate troppe ieri...
Sto male. Sono irrequieta e non riesco a far niente. Anzi, non faccio niente, non ci provo neanche.
Perché devo sempre provare, io? Chi ha deciso che io devo far tutto, sforzarmi, impegnarmi e ascoltare tutti? Non credo di esserne in grado, sono stanca.
Voglio stare sola e coprirmi e non sentire più niente e nessuno. Isolarmi e non avere contatti con nessuno, piangere se ne ho voglia e non fare niente.
Lasciarmi andare e non uscire, non vestirmi, non cercare nessuno e non farmi trovare da nessuno. Così non dovrò preoccuparmi di niente, smettere di pettinarmi, di vestirmi, di mangiare, di fare qualsiasi cosa.
O, forse, andare lontano. Abitare in un’altra città, dove nessuno mi conosce e uscire in mezzo alla gente, come una persona nuova. Nessun contatto con l’altra persona che ero prima e nessun ricordo dentro il cuore e nessun cuore per ospitare nuovi ricordi.
Così. Farò così.
Il telefono. E’ nato il bimbo della sorella di Giovanni. Sono felice per loro… allora, perché piango e non riesco più a parlare? Perché vorrei dire un parolaccia? O fracassare qualcosa contro il muro?
Avevo chiesto io di essere avvisata, perché mi fa piacere e sono contenta per loro, ma non posso fare a meno di pensare…
Chiara, non abituata ad indossare vestiti femminili, si controllò per la centesima volta, guardandosi nel vetro della finestra. Il vestito era molto carino: senz'altro a Marco sarebbe piaciuta, ma lei non si sentiva benissimo. Le sembrava di essere troppo evidente, come in mostra, in quel vestito stretto e nero. Preferiva di gran lunga la sua solita salopette di jeans, comoda e larga, che nascondeva le forme del corpo.
Sperava che Annalisa tornasse presto, perché voleva farsi vedere da lei e sentire il suo parere. E poi il vestito era il suo. Si augurava che a lei non seccasse: d'altronde Chiara non ne possedeva neanche uno e quella sera non poteva assolutamente uscire in jeans. Sapeva che Annalisa era andata con Max ed Ale a far volare l'aquilone di Max e sperò che fosse andato tutto bene. Fra Annalisa ed Ale c'era molta tensione, e i due si parlavano poco.
In quell'istante la sentì salire le scale cantando, e sorrise: da qualche giorno non si cantava più, nella cucina gialla. Infatti, Annalisa entrò con le guance rosate e gli occhi grandi e splendenti.
"Chiara! E' stato bellissimo!" disse con la voce che tremava ancora per l'emozione. "Un pomeriggio meraviglioso. Al primo lancio, l'aquilone ha sfiorato una nuvola rosea ed ha urtato un lungo balcone scrostato: pezzi di vernice circolari si sono staccati e, come piccoli soli ridenti, sono piovuti ad un passo da Max, che non ha lasciato il filo, nemmeno per un istante. Poi un altro lancio, sotto i nostri occhi colmi di speranza, e finalmente l'aquilone blu non ha urtato nulla, il vento lo ha sospinto in alto e le nuvole dorate si sono aperte, come per sottomettersi al suo prepotente passaggio; Max è andato dietro l'aquilone, passo veloce e braccia in aria, assaporando la vera libertà, l'ebbrezza dell'antico volo... aveva il passo veloce di una volta e gli occhi erano di nuovo i suoi, quelli del Max che scrive cose così belle da farti sognare e anche Alessandro era felice e mi guardava come prima e... ma come mai, quel vestito? Dove devi andare? Girati, fa vedere... santo cielo! un vero vestito da donna!! Ma... dove l'hai trovato? Aspetta un attimo... ma quello non è il vestito che mamma mi ha regalato per Natale?"
"Sì, devo uscire con Marco. I suoi vengono qui stasera e ci portano in un bel ristorante. Il papà di Marco ha fatto tutte le cure e sembra che stia guarendo. Vengono per festeggiare con il figlio e lui vuole che vada con loro... non ho neanche un vestito, lo sai. Ho pensato che non ti importasse: non l'hai mai messo... se non vuoi, me lo tolgo. Come mi sta?"
"Bene, cavolo! Da Dio, ti sta! E non provare neanche a toglierlo! Stasera li stenderai tutti, con quel vestito. Oh, accidenti! Mi sono dimenticata che devo uscire anch'io stasera! Luciano sarà qui fra mezz'ora. Corro a farmi la doccia e a vestirmi. Per favore, se arriva prima che sia pronta, digli che arrivo subito."
La voce si allontanò e Annalisa terminò di parlare dalla sua camera, mentre si svestiva per andare sotto la doccia. Ritornò il silenzio e Chiara guardò Pulce che, annoiato, seguiva i suoi movimenti muovendo solo gli occhi. A lui non piaceva quel vestito; lui adorava i jeans e le tute, perché quando le ragazze avevano le calze non volevano che lui si avvicinasse, e nessuna lo prendeva in braccio. Quindi, mostrava la sua disapprovazione con un distacco che pensava sufficientemente sdegnato.
Il cielo era ancora azzurro, senza nubi e la luce era quasi orizzontale e formava ombre lunghe. Chiara si allungò verso la finestra, per vedere un pettirosso che volava su un ramo. Le scarpe le facevano male ai piedi. Se le tolse, proprio mentre faceva il suo ingresso Luciano, molto in anticipo rispetto all'ora dell'appuntamento con Annalisa.
Lo spettacolo di Chiara, o piuttosto quello delle sue lunghe gambe che uscivano da un abito stretto e nero, troncarono le parole di saluto che stava per pronunciare. Rimase sulla porta, mentre Chiara, ignara di essere osservata, era protesa verso la finestra nella ricerca del pettirosso, che ora non vedeva più. Con un calcio allontanò le scarpe nere con il tacco alto e appoggiò i piedi sul fresco delle piastrelle. Con un sospiro di sollievo, si girò e rimase di stucco vedendo lo sguardo ammirato di Luciano.
"Ti ho fatto paura? Scusami, c'era la porta aperta e sono salito... e poi..."
Mentre parlava, Luciano, si era avvicinato a Chiara e lei provò subito un forte imbarazzo. Lui non le piaceva: i suoi occhi le sembravano falsi e viscidi, e la mettevano a disagio. Allo stesso tempo, però, c'era qualcosa in lui che l'attraeva come una calamita, e le impediva di scappare come avrebbe voluto fare. Luciano avanzò, fino a stringerla nell'angolo, come un pugile che disputa un match sul ring, respirando affannosamente. Quando fu ad un passo da lei le prese il mento e le sollevò il viso. Gli occhi di Chiara erano enormi e neri. Luciano si avvicinò lentamente e si chinò per baciarla. In quell'istante un grido ruppe il silenzio.
Scritto in blu e verde da Dolittle e Actarus29
La psicologa illustra le diapositive, spiegando le fasi dello sviluppo del bambino e paragonandolo a quello dei bambini ai quali è stata diagnosticata la malattia. I disegni fatti da questi bambini sono molto chiari: il passaggio da 'prima a 'dopo' è subito evidente. Mentre ascolto, mi ricordo della prima lettera che ho scritto dopo la morte di Federica. E di come mi abbia shoccato vedere la mia scrittura e non riconoscerla.
Pochissimi giorni ed ero già un'altra!
Scrivevo una lettera di ringraziamento per degli amici di Federica ed ero quindi concentrata sulle parole. Appena finita, l'ho guardata ed è stato come ricevere un pugno allo stomaco. Non riconoscevo la mia scrittura, perciò non riconoscevo me stessa. Avevo perso la mia identità. E' stato molto brutto. Ho capito quali profonde modifiche erano già avvenute in me e trasparivano dalla mia scrittura. Prima scrivevo in righe che tendevano verso l'alto, tanto che arrivavo alla fine del foglio con le righe che lo tagliavano diagonalmente.
Perciò, quando ho visto questa, sono rimasta a fissarla domandandomi chi era la persona che aveva scritto quelle righe così orizzontali, quasi tendenti al basso, con una scrittura così controllata e rigida, come ero io in quel momento e come sarei stata per molto tempo ancora.
Ogni tanto scrivo qualcosa, per cercare la mia vecchia calligrafia, ma non l'ho ancora ritrovata.
Ma non dispero di ritrovarla, un giorno.
Fotografie
In primo piano, però, la signora con il vestito nero, nonostante il caldo feroce che le seccava la gola e le inumidiva le braccia, e gli occhi del colore del vestito, sorrideva. Il viso rotondo e raggiante, le guance rosse per lo sforzo della salita, il seno grande e rassicurante delle donne di una volta, tutto in lei raccontava di una vita vissuta con grande forza e dignità. Le mani, che avevano lavato tanta biancheria e pulito tanti pavimenti, reggevano un piatto, coperto da un tovagliolo, che si intuiva contenere una torta. E lei rideva soddisfatta.
La richiesta di poterla fotografare l’aveva colta già di ottimo umore: stava andando alla festa di compleanno di una nipotina. Ecco il perché della torta. Forse, proprio questo l’aveva colpita della donna: il fatto che sembrasse così di buonumore, così fondamentalmente allegra. Nonostante la vita che aveva condotto o, forse, proprio per quello. Il sorriso le arrivava fino agli occhi, contornati da tante rughette, come chi è abituato a ridere spesso, e tutto il corpo rivelava nei movimenti una risolutezza inconsueta. L’aveva affascinata immediatamente e, quando acconsentì alla sua richiesta, sistemandosi i capelli grigi, che le sfuggivano dalla crocchia fissata saldamente alla testa, non ne fu sorpresa. Anzi, la donna disse che ne avrebbe approfittato per tirare un po’ il fiato e si sistemò appoggiata al muretto, con un sospiro.
Anche lei sentiva di avere il fiatone, per la lunga salita e per il peso della macchina che portava sempre con sé, ovunque andasse. Si passò le mani sul vestito, un semplicissimo prendisole dalla fantasia azzurra e gialla come la giornata, e si appoggiò i gomiti ai fianchi per scegliere la giusta inquadratura e, fissando gli occhi della donna attraverso l’obiettivo della macchina, pensò: " Chissà se anche questa donna, a quaranta anni ha creduto di essere arrivata, di avere realizzato tutto quello che si era prefissata? "
Guardando il suo sorriso, chiunque avrebbe detto di sì, e anche lei lo pensò, mentre scattava la foto che adesso era tra le sue mani. Dopo, la donna, sempre sorridendo, le aveva chiesto se voleva andare con lei, in casa del figlio per festeggiare tutti insieme. La prospettiva di una limonata ghiacciata, la fece acconsentire con entusiasmo e si trovò subito coinvolta nella più chiassosa, divertente e allegra festa a cui avesse mai partecipato.
Aveva guardato tutti quei volti, quelle persone e aveva cercato di carpire il loro segreto; tutti erano vestiti semplicemente, la casa era modesta e i rinfreschi erano casalinghi, niente di preparato dal pasticcere, ma l’atmosfera, era di grande serenità. L’aria che si respirava era, nonostante il caldo afoso, fresca e leggera. Lei si sentiva leggera come l’aria e senza nessun problema al mondo. E forse era proprio così. Forse, pensò, nessun problema merita che noi ci roviniamo la vita per risolverlo. Quel giorno imparò qualcosa di molto importante, anche se non ne fu cosciente da subito.
Quella vacanza a Talamone era rimasta sempre legata al sorriso di quella donna e all’allegria che sapeva infondere negli altri. Lei la interpretò come una specie di filosofia casalinga: prendiamo tutto il buono che ci viene offerto, anche se inatteso, godiamone finché è possibile.
Dopo tanti anni, con la foto tra le mani, fissando gli occhi della donna, come li aveva fissati quel giorno, sentì di capire veramente cosa ciò significasse.
Finalmente, aveva trovato le foto scattate l’anno prima! Erano anni che desiderava andare in Sicilia e l’occasione si era presentata a febbraio dell’anno precedente. Avevano visto tante cose, prima di arrivare ad Augusta: città, teatri antichi, rovine di epoca greco-romana, architettura barocca, mare, sole, fiori, colori vivaci e profumi forti.
E persone. Quante persone! Una in particolare, aveva attirato il suo sguardo.
La scusa per iniziare il discorso era stato il cane: uguale al suo, stessa razza e stesso mantello nero focato. Si sa che i proprietari dei cani sviluppano una particolare sensibilità verso chi ama gli animali, che crea fin da subito, un legame di simpatia.
Così avevano iniziato a parlare e lui, un ragazzo molto giovane dai lineamenti marcati, da vero siciliano, sapeva parlare molto bene, ma era parco, quasi tirchio, con le parole. Un’abitudine che, forse, gli veniva proprio da quel suo essere così profondamente siciliano, così profondamente ancorato alla sua amata terra.
Parlando, però, si era rilassato e aveva iniziato a raccontare di sé: aveva la passione della poesia, di scrivere versi. Parlando di questo argomento, si era animato e gli occhi avevano cambiato espressione, illuminandosi di una luce interna, profonda. Lei aveva intuito la forza di quella luce interiore e aveva percepito il potere che poteva avere. Capì che lui avrebbe realizzato qualcosa di veramente importante, se avesse mantenuto accesa quella potente fiamma che riscaldava la sua anima.
Fu a questo punto, che a lei venne il desiderio di fotografarlo. All’improvviso sentì che doveva catturare quell’espressione, conservare per sempre quella luce. Doveva farla sua, appropriarsene. Se avesse scoperto il segreto di quella luce, avrebbe avuto ancora il potere di realizzare i suoi sogni? Avrebbe avuto ancora, dei sogni?
Aveva ormai cinquanta anni e, certi giorni, le sembrava di non dover più attendere niente, di avere già vissuto tutto. Certi giorni era stanca, tanto stanca da non poter neanche pensare ad un futuro. Non pensava neanche di averlo, un futuro.
Così si preparò ad inquadrarlo e a scattare la fotografia. Anche il cane si mise in posa e lei pensò: "Perché no? Il cane è lo specchio del padrone, è giusto che li riprenda insieme".
Si massaggiò leggermente la spalla; gli anni passati in giro con la macchina fotografica si facevano sentire. Era tanto che voleva passare a una di quelle macchinette piccole, compatte, ma non se la sentiva di abbandonare la vecchia Nikon, con tutti i suoi pesantissimi, ma insuperabili obiettivi.
Adesso, indossava quasi sempre pantaloni, che quel giorno erano jeans sbiaditi, e camicie colorate. Il reggiseno lo portava sempre, ora, e comunque non avrebbe avuto importanza, quel giorno.
Il ragazzo e il cane si misero su una panchina, con lo sfondo dei mandorli in fiore, spettacolo unico per lei che veniva da una città fredda. Lei si sistemò ben ferma per mettere a fuoco e scegliere l’inquadratura perfetta e scattò. Non aveva più visto né il ragazzo, né il cane.
Si alzò e andò vicino alla finestra, con la foto in mano, e la guardò con grande attenzione. Notò solo in quell’istante che lui aveva socchiuso gli occhi, proprio nell’attimo in cui lei aveva scattato. Nonostante questo, lei si meravigliò della forza e della speranza che trapelava da quegli occhi socchiusi, la poteva sentire come l’aveva intuita quel giorno e ne era riscaldata profondamente, come allora.
Durante l’ultimo anno si era sentita meglio, più forte e decisa, più proiettata verso il futuro. Piuttosto, sentiva di averlo, un futuro.
Comprendeva in quel momento quanto, tutte le persone di quelle foto, fossero importanti. I luoghi erano belli, si poteva sempre imparare qualcosa viaggiando e conoscendo paesi nuovi. Ma quello che veramente faceva la differenza, quello che faceva vivere tutti i luoghi, erano le persone.
Ecco perché, di ogni luogo, amava soprattutto le persone.
Dolittle (13/03/2003)
Fotografie
Di ogni luogo, amava soprattutto le persone.
Quel muro di pietra grigia, il piccolo balcone, grigio anch’esso, delimitato da una ringhiera di ferro battuto, il tutto confortato dal colore rosso di un geranio, vivo come sembrava impossibile in quell’ambiente, tutto ciò non sarebbe stato lo stesso senza quelle rughe sul viso scarno, riscaldate dagli occhi, che un tempo erano stati azzurri come un cielo d’estate e adesso erano velati dal passare degli eventi. Quella mano scarna e ruvida, appoggiata sul bastone a sostenere anche tutta la persona, i vestiti troppo larghi in ricordo della forza che aveva posseduto l’uomo in gioventù, tutto ciò rappresentava, per lei, quel piccolo paese della Croazia, allora Jugoslavia, dove aveva passato qualche giorno tanti anni prima.
Rivide sé stessa, a passeggio per quelle stradine strette, pietra grigia ovunque, in lontananza l’azzurro del mare. La lunga gonna a fiori le dondolava attorno alle gambe nude, in un modo così gradevole, da sembrarle quasi una danza, e la maglia di un rosa abbagliante la fasciava piacevolmente, facendola sentire molto provocante e invincibile. Si sentiva benissimo; giovane e piena di illusioni, credeva ancora che la vita le avrebbe riservato solo cose piacevoli.
Guardando la fotografia e quelle vecchie rughe, rivedeva tutto questo; le sembrava persino di possedere ancora quello sguardo, di poter guardare il mondo attraverso gli occhi che aveva allora. Ma sapeva che non era così.
Quando pensava a quel paese e a quel viaggio, pensava subito anche a quel vecchio solitario, seduto in quel terrazzino di pietra grigia. Era serio e sembrava indifferente a tutto, ma l’aveva guardata con attenzione, mentre passava con la macchina fotografica a tracolla, gli occhiali da sole e quel passo elastico, proprio dei vent’anni. Appena lei gli chiese, a gesti, di poterlo fotografare, lui annuì compiaciuto e un guizzo degli occhi azzurri le fece intravedere il ragazzo robusto e allegro che aveva indossato quegli abiti, adesso troppo larghi.
Ah, ecco, queste erano le foto scattate durante la gita in montagna, a Chiusa. Stupende, come le ricordava. Era rimasta affascinata da quel luogo, da quelle stradine in salita, convergenti in una piccola piazza circondata dalle case, ognuna con un dipinto sulla facciata, di solito una scena tipica della montagna. Non aveva mai dimenticato quel giorno; passeggiando senza meta, erano arrivati in quel piccolo paese, al limite della Val Gardena, ed era proprio il giorno del mercato!
Adorava i mercati, con il chiasso, i colori, la gente. Quello, poi, era un mercato particolare, come non se ne vedevano in città. Oltre le solite bancarelle, c’era anche chi vendeva polli e altri piccoli animali da cortile. Dentro una rudimentale gabbia c’era persino un maialino, delizioso e timido, con il suo codino attorcigliato.
Poi, artigiani del luogo, il fabbro, artisti del legno, persino una bancarella con un assortimento completo di campanacci per le mucche, in tutte le misure. Lei girava da una bancarella all’altra, come ubriaca, guardava tutto, si sorprendeva di tutto. Quante foto aveva scattato! Aveva fotografato tutto, gli animali, gli oggetti strani, quelli che in città di solito non si vedevano.
E le persone.
Tutto l’affascinava, di tutto notava i particolari. Credeva di avere già fotografato tutti, in tutte le pose possibili, quando vide qualcosa in fondo alla marea di gente curiosa, per la maggior parte turisti come loro. Un guizzo di un abito, un copricapo strano, l’attirò immediatamente. Si fece largo tra la gente e arrivò davanti a una bancarella che prima non aveva visto.
Sul banco, oggetti in legno intagliato a mano con grande abilità, molte immagini sacre, ma anche tanti oggetti tipici della vita contadina: attrezzi da usare in campagna e in casa. Il legno era molto scuro, ricco di venature, sfruttate sapientemente dall’artista per dare anima alle sue creazioni. Rimase tanto incantata dagli oggetti, che all’inizio non vide chi li vendeva. Poi, alzò lo sguardo e lo vide.
Dietro il banco, un omone grande e grosso, in abito tirolese, probabilmente antico. Ne aveva visto uno simile alla festa di un paese poco lontano, una ricostruzione storica di una antica cerimonia. Dal cappello, di panno verde, uscivano i capelli, completamente bianchi, un po’ lunghi e mossi. In perfetto contrasto, gli enormi baffi, da vero austriaco, erano ancora scuri. Il viso era grosso, dalla carnagione chiara, con le guance solcate da un fitto reticolo di venuzze rosse, come chi fa spesso bevute in compagnia. Gli occhi ridevano, ma non come chi è allegro e vuol dividere la sua allegria con gli amici, bensì come uno che pensi di saperla più lunga degli altri. "Uno sguardo beffardo", aveva pensato "Quest’uomo mi guarda, sa cosa penso di lui e mi prende in giro. Capisce benissimo di sapere più cose di tutti gli altri e ci guarda dall’alto, si fa gioco di noi!"
Nonostante questo non ne fu contrariata, sentiva che era giusto così, ne comprendeva la verità e l’accettava. Chiese all’uomo il permesso di fotografarlo e lui acconsentì con grazia, ma mantenendo quell’aria di superiorità, anche se non offensiva. Gli occhi dell’uomo, chiari e profondi come i laghetti alpini, la scrutavano e quasi la misero in imbarazzo. Lei indossava una corta gonna nera, arricciata, e un top bianco con strette bretelle di pizzo, ovviamente senza reggiseno. All’epoca, trentenne con la presunzione di poter conquistare il mondo, non ne possedeva neanche uno. Un’abitudine che aveva da prima che le femministe li bruciassero in piazza, in quelle manifestazioni in cui rivendicavano dei diritti che, dopo qualche anno, avrebbero voluto rendere.
Le sembrò che l’uomo le guardasse proprio il seno, ma senza malizia, come un turista guarda il paesaggio; interessato perché è una cosa bella da ammirare. Comunque, lei cercò di non dargli troppa importanza e si concentrò sull’inquadratura, cercando di rendere giustizia al personaggio. Era riuscita a catturare in pieno quello sguardo beffardo e, fissando adesso quegli occhi, come aveva fatto quel giorno, pensò che, se si fossero incontrati oggi, lui non avrebbe più avuto quell’aria canzonatoria, come nella foto.
Lei, dopo quel giorno era diventata più cosciente di chi era e di cosa poteva fare nella vita. Forse, proprio quello sguardo mai dimenticato, le aveva fatto da pungolo per farla arrivare dove desiderava, le aveva impedito di arrendersi di fronte agli ostacoli.
E questa, fatta dalla strada panoramica sopra Talamone? Il mare di un blu intenso, a perdita d’occhio, e il muretto basso su cui sedevano tutti i turisti che osavano quella passeggiata. Ovunque terra secca e polvere di un colore indefinito, tanto era il calore che si sprigionava dal sole di quel caldo agosto di tanti anni prima.
...
Appuntamento a domani, con la seconda parte...
Nella quiete della sua cucina gialla, Pulce sognò.
Vide Max e Alessandro rattoppare il vecchio aquilone blu e rimandarlo, come promesso, nella sua porzione di cielo, sotto lo sguardo e gli occhi lucidi di Annalisa. Il sole pareva un'enorme arancia, divorata dalla bianca collina, e un vento forte, ma gentile, carezzava le guance timide di Max. Pulce notò come i suoi occhi, ora così pieni di vita, si ponessero in netto contrasto con il pallore e la magrezza del viso. L'aquilone volava nei suoi occhi, che adesso erano limpidi, come un lembo del cielo più sereno. Annalisa lo guardava felice: sicuramente non avrebbe più dimenticato quel momento, anche se lei e Max ancora faticavano a parlarsi. Un momento perfetto, e poi...
Quando la ragazza staccò gli occhi dal cielo e dall'aquilone, vide Luciano, il suo Luciano... Baciava una ragazza alta e magra, con i capelli scuri, in un luogo che sembrava familiare, a pochi metri da lei.
C'era anche Alessandro.
Apparve nella luce color porpora del sogno, di fianco alla ragazza. L'abbracciò.
Pulce aprì gli occhi in quell'istante e i suoi lunghi baffi vibrarono, stavolta per Annalisa, per il dolore da lei provato: tutti i sogni della cucina gialla si avveravano, lui lo sapeva.
Il cielo era grigio e scuro, quando Annalisa entrò nella cucina gialla e si avvicinò alla finestra. Gli occhi erano ancora chiusi e pieni dei sogni di Max. Tutta la notte, si era girata e rigirata nel letto, ma non era riuscita a scacciare la sensazione di solitudine e di freddo nel cuore, che il manoscritto di Max le aveva suscitato.
Le sensazioni che lui aveva descritto così bene, le aveva provate anche lei, qualche anno prima e le ricordava benissimo: il senso di immobilità, come se la vita ti scorresse sotto e tu la guardassi passare senza muoverti, oppure la sensazione di essere sempre completamente solo, di non avere nessuno accanto, anche quando sei circondato da parenti ed amici che ti vogliono bene.
Era irrequieta e non riusciva a stare ferma. Prese Pulce e si sedette con il micio in braccio. Non accese la luce e rimase lì, con un ultimo residuo di luna che arrivava fino a lei e al suo cuore tormentato.
"Sai, Pulce, è così rilassante accarezzare i gatti... lo sapevi? Ero agitata, prima. Stanotte, quando Ale ha accompagnato Max a casa, ho letto il manoscritto che Max aveva lasciato, e ho sentito il mio cuore tremare per lui e per la sua solitudine e ho capito che è una condizione che può essere comune a molte persone. Ho anche pensato che potrebbe portare su una strada di non ritorno e mi sono spaventata molto per lui. Se gli capitasse qualcosa di brutto, mi sentirei molto male. Oltre alla sofferenza per non averlo più accanto, avrei il dolore per non avere compreso quanto bisogno aveva di noi e del nostro affetto e mi domanderei sempre se avevo fatto abbastanza per fargli capire quanto bene gli volevamo tutti..."
"... è per questo che ti amo tanto. Per la tua sensibilità nel capire gli altri e nel cercare di aiutare tutti. Sei una persona speciale. Lo so, tu dici sempre che tutte le persone sono speciali... ma certe lo sono più degli altri, non credi?"
Alessandro mise un braccio intorno alle spalle di Annalisa, mentre parlava, e poi fece scivolare a terra il confidente di quel bel discorso, che ormai aveva il pelo gonfio e liscio come un piumino da cipria, e si inginocchiò davanti alla ragazza, le prese le mani e la guardò con gli occhi grandi e scuri, fino a che lei chinò lo sguardo.
In quell'istante l'ultimo raggio di luna scomparve. Forse, dopo pochi minuti, sarebbe comparso il sole ma, per ora, la notte sembrava non volersene andare.
Annalisa rimase in silenzio per molti minuti, troppi, pensò Alessandro. Finché sentirono solo il loro respirare affannoso, nel buio che precede l'alba. Poi iniziò a parlare, così piano che lui dovette avvicinarsi ancora di più, fino a vedere il grigio-azzurro dei suoi occhi e tentare di perdersi là in fondo, dove il colore diventava più deciso e denso...
"Mi dispiace, Ale. So che mi ami, e ti voglio tanto bene che non riesco neanche a guardarti in faccia, mentre ti parlo, ma io non credo che noi siamo fatti per stare insieme. Siamo troppo diversi. I nostri sogni non coincidono e io non penso che potrei essere felice... o renderti felice. E, in questo momento, sono troppo presa da Luciano. Sento che è la persona giusta per me: abbiamo molte cose in comune e penso che potremo iniziare una bella storia e forse..."
La voce si spense così dolcemente, da far dubitare ad Alessandro di aver sentito bene. Allora, sempre in ginocchio davanti a lei, posizione che l'aveva messo alla stessa altezza del suo viso, allungò una mano e la fece alzare, cercando di farle sollevare gli occhi, per vedere il suo sguardo.
"Pensi davvero quello che hai detto? Io credevo di essere importante per te, Tu, per me, lo sei molto. Pensavo che mi amassi come ti amo io..."
Poi, con la voce rotta per l'emozione, e le lacrime che iniziavano a scendere, Alessandro le lasciò cadere le mani e scappò nella camera in fondo al corridoio. Annalisa si rifugiò nella sua, pensando al colore degli occhi di Alessandro, tinti dalla delusione e dal dolore. Pensò anche che in quel momento era finita una bella amicizia.
Roberta aprì il frigo trovando un bicchiere di latte e mezzo croissant. Il Charlie Brown disegnato sul bicchiere le sorrise.
Si era alzata in anticipo quel giorno: la notte non era stata delle più tranquille, quasi tutta trascorsa a girarsi e rigirarsi sul letto.
Alle sette in punto sentì lo sbadiglio soffocato di Annalisa che stava per alzarsi e un pensiero le si piantò in testa, facendole male: quello di Annalisa e Luciano assieme.
Si sentì in colpa per averlo portato in casa. Annalisa era troppo presa da lui e prima o dopo, lui avrebbe finito col spezzarle quel piccolo cuore da sognatrice.
Mentre beveva, disse a se stessa che non avrebbe mai permesso a nessuno di calpestare i suoi sentimenti. Aveva deciso che non si sarebbe più fidata di nessuno, e che nessuno avrebbe più potuto ferirla, come aveva fatto Giovanni, il suo primo ragazzo. Gli uomini dovevano essere usati e poi buttati, come Giovanni aveva fatto con lei, una ragazzina di appena diciotto anni, talmente presa e innamorata da scappare di casa per quello che credeva un grande amore. Tutto era poi finito in meno di un mese col tradimento di lui, che, per tener fede al suo nome, si era comportato come un Don Giovanni da strapazzo.
Il latte finì e, sul fondo del bicchiere, Charlie la salutò.
Annalisa entrò in cucina e Pulce le saltò in braccio strappandole una carezza.
"Buongiorno piccola", Roberta la salutò con un bacio in fronte e scappò da lei e da se stessa.
Annalisa sentì un brivido che non seppe spiegarsi.
Cercò rifugio, come al solito, nei soli ridenti delle piastrelle che un lungo filo di luce rosata attraversava.
Il pensiero di far volare l'aquilone di Max, le fece dimenticare la discussione avuta con Ale e le fece tornare il buon umore.
Quel giorno il sogno di Pulce si sarebbe avverato.
Scritto in verde e blu da Acatrus29 e Dolittle
La dottoressa mi porta dietro un paravento e mi visita... le mani!
Mezzo minuto e la diagnosi: niente scabbia. Meraviglioso, no? La giornata promette bene. Certificato di garanzia, non avviso, eh!!, e sono libera dalla minaccia di una quarantena e un allontanamento dalle mie mansioni. Lo vado a consegnare subito e trovo massima agitazione: la minaccia di scabbia in un reparto pediatrico è quanto di meglio si possano augurare primari e caposala.
La giornata è splendida, anche la fila in posta sembra un'inezia, e mi accingo ad aspettare con calma. Una signora sbraita con un'impiegata che lei non ha tempo da perdere a far le file, ( ma evidentemente ne ha abbastanza da buttare, per consentirle di stare lì un quarto d'ora ad assordarci con una voce da scaricatore di porto) , perché vuole svolgere tutte le sue mansioni dalla scrivania e perciò si affida completamente al web, homebancking, firme elettroniche, password, management, marketing, merchandising e quant'altro... Mi auguro davvero, che la signora possa stare sempre alla sua scrivania 
Le bancarelle sotto il sole sono come una calamita, per me. Colori vivaci e dolci, primule e sorrisi. Camminare sotto il sole è bellissimo. Il calore fa sentire vivi. Come un abbraccio. 
In una lettera qualcuno mi dice che quella che ha ricevuto da me aveva troppi sorrisini... troppi?? 
In un altro luogo qualcuno dice che si piange troppo. Vorrei rivendicare il diritto degli esseri umani di essere sé stessi. A chi mi devo rivolgere? 
Una visita imprevista... passavo di qui e ti ho fatto una sorpresa...
Finalmente mi stendo sul letto. La dottoressa Kay Scarpetta se la sta passando piuttosto male: dalla villa di Richmond, in pietra, con pareti a stucco e travi di legno arrivate appositamente dal Sudafrica e un lavoro prestigioso, è passata a una casa in affitto, abbastanza misera e ad un lavoro di consulente. Sta mangiando una semplice insalata di tonno... benvenuta nella vita vera, dottoressa Scarpetta!! 
*
Ho le mani bianche di luna :
il tuo viso ho carezzato.
Odorava di rose e di oceani.
*