L'incanto
(prosegue da "La fuga di Sophie")
Il coniglio si fermò proprio lì, dove Sophie pensava, a un passo dalla grotta d'oro disegnata nel diario.
In un primo momento Sophie, vedendo quello schizzo, aveva pensato che la grotta fosse soltanto una delle tante fantasticherie del padre, ma poi l'aveva vista in sogno... così reale e meravigliosa da togliere il fiato.
Come nel sogno, la grotta era circondata da fiori sconosciuti agli occhi della ragazza e del mondo, mille morbidi colori in cui tuffare lo sguardo prima di entrare.
E Sophie varcò la soglia, senza indugi, con l'animo sereno e la consapevolezza che nulla avrebbe potuto turbare la quiete di quel luogo e delle persone che vi entravano.
Al terzo passo, la ragazza sentì un'ondata di gioia investirle il cuore: abbassando gli occhi vide un piccolo arcobaleno che le attraversava il petto... ne vide un altro e un altro ancora...
Una quantità infinita di piccoli arcobaleni che, al suono del mare, si attraversavano l'un l'altro, creando una magica rete di colori, creando l'Incanto.
Sophie si sdraiò in un angolo, tolse il maglione regalatole dal padre e, come spesso soleva fare lo mise sotto la testa, a mo' di cuscino.
In quel momento, un fiocco di neve rossa scese sulla mano della ragazza, riscaldandole in un attimo tutto il corpo.
Sophie sentì due braccia possenti stringerle l'anima, aprì gli occhi e vide quei due arcobaleni... più grandi degli altri, che l'avvolsero sotto la luce intensa di una luna mai così penetrante.
Diego se n'era andato via di casa all'età di quattordici anni. Spinto da un ambiente familiare poco sereno, aveva viaggiato molto, cercando l'avventura ma anche un posto nel quale poter finalmente mettere radici e vivere serenamente. Era stato anche in Africa, aveva vissuto per un anno con i boscimani, gente capace di seguire una bestia smarrita per chilometri e chilometri anche in mezzo a una tempesta. In quell'anno aveva appreso gran parte dei loro utilissimi segreti... Fu addirittura fin troppo facile per lui seguire le tracce della ragazza, i tre gioielli caduti dallo scrigno strada facendo, i fili di lana del maglione impigliati nei rami...
"Eccola... ", disse Diego con voce rotta dall'emozione.
La grotta d'oro disegnata nel diario brillava a pochi metri da lui.
Diego doveva solo entrare, e dimostrare a Sophie quanto veramente l'amasse.
Il giovane varcò la soglia, e il suo animo non potè non smarrirsi dinanzi a quell'incanto.
Sophie dormiva, senza vestiti; si udì un sassolino cadere, e i due arcobaleni, di colpo, si staccarono dal corpo niveo della ragazza per scagliarsi contro Diego. Come un boa dalla presa di ferro, si attorcigliarono al suo collo taurino, stringendolo. Diego si sentì soffocare, urlò, svegliando Sophie.
"Aiutami... Aiutami ti prego..."
I due arcobaleni lasciarono la presa e caddero a terra, frammentandosi in mille riflessi.
La ragazza indossò il maglione, ed esso non riuscì a nascondere i capezzoli turgidi.
Diego, respirò, il viso pallido come la luna.
"Ti amo Sophie..."
Sophie, con il respiro mozzo come dopo una lunga corsa, non poteva parlare. Sentiva il calore dello sguardo di Diego su di sè e era immobile come una statua, e altrettanto bella. Diego non ricordava più cosa voleva dirle un attimo prima. Non riusciva a staccare gli occhi dalla bocca di Sophie, rossa e invitante, dalle labbra leggermente socchiuse. Vedeva anche il seno che si alzava e abbassava ritmicamente in un movimento continuo e incalzante, come il turbinio delle sue emozioni.
Avanzò verso di lei e la vide trattenere il fiato: si guardavano negli occhi e lui li sentiva bruciare e diventare sempre più scuri, come due pozze di lago in cui lasciarsi andare dolcemente...
Le prese le mani che erano lungo i fianchi e le strinse, spingendola contro la parete della grotta. Sophie sentì quel corpo forte e il calore che la scioglieva e le scaldava il basso ventre. Le gambe erano molli e si appoggiò completamente a lui, lasciandosi stringere e perdendosi nel suo abbraccio. Gli occhi chiusi vedevano lampi di luce e voli di farfalle.
Quando lui la baciò, non ebbe più dubbi, o certezze, non conobbe più paura, o sollievo, non si sentì più sola e impaurita, non seppe più chi era...
L'alba li sorprese abbracciati, in quell'incanto.
Diego le baciò la fronte e questa volta volle dirle tutto.
"Mi ha detto di proteggerti, di prendere te e i soldi e di portarti da lui, in un posto sicuro... Lo devo incontrare domani... è questa la verità. Per quanto mi riguarda non ti ho mai mentito su di me, ti ho amata dal primo momento in cui ti ho vista.
Sparky probabilmente se ne starà buono per un po', gli ho fatto credere che mi sarei occupato io di tutto, che avrei recuperato i soldi e diviso il bottino con lui."
"Ma che stai dicendo? Chi ti ha detto di proteggermi?"
" E' vivo... Sophie tuo padre è vivo..."
In quel momento, il coniglio con la macchia bianca sul musetto le saltò in braccio, e la guardò, con gli occhi di sua madre.
Tra un 'ora mi sveglio
misuro l'universo
e gli do forma.
Sparky non si fidava di Diego, ma era troppo stanco per pensare e fare qualcosa.
Una buona dormita lo avrebbe rimesso in sesto e poi sarebbe ritornato più forte e diabolico di prima, pensò.
Dopo aver abbottonato la giacca, se ne andò barcollando nella camera di Sophie e crollò sul suo letto.
"Sparky... Spaaaarkyyyyyy..."
Una voce inquietante e familiare lo svegliò all'alba.
I suoi pantaloni si bagnarono, si chiese se stava ancora sognando.
"Pensavate di esservi liberati di me, tu e Diego, vero?E invece no... ti ho seguito fin qui figlio mio..."
Sparky vide brillare una lama, cercò di alzarsi ma essa penetrò nel suo petto, una, due, tre, quattro volte, il sangue schizzò sulla foto di Sophie, sui suoi occhi e lei, mentre sedeva dinanzi a Diego, nella grotta d'oro, li chiuse in un sussulto...
"Tua madre l'ho ammazzata tre giorni fa, sette coltellate, a te restano pochi respiri, e ora tocca a Diego... Non dovevate farmi rinchiudere, figliolo non dovevi...", l'uomo carezzò la guancia del figlio, poi corse via urlando.
Un lampo squarciò il cielo, piccole gocce riempirono i vetri della finestra rotta, poi una lacrima cadde pesante.
Sparky si accasciò a terra, nella pozza di sangue che aveva accolto la sua lacrima.
Sorrise.
Per quella carezza tanto desiderata nei suoi anni di adolescenza, ed ora arrivata.
Scritto in verde da Actarus29
Flash
Poco dopo le tredici, ero già in auto. Amo guidare a quell'ora: strade semideserte e luce particolare. Il sole che arrivava obliquo, scaldava la mia spalla sinistra e proseguiva nel collo e su su fino al mio volto e ai capelli. Poco dopo nell'abitacolo, si è sparso un aroma intenso di zenzero: la nota speziata del mio profumo, scaldandosi si era accentuata e sovrastava tutte le altre.
Quando sono scesa, ho camminato su un letto di foglie, compatto e soffice, silenzioso perché umido. Il tessuto morbido e liscio dei pantaloni sbatteva ad ogni passo contro il mio polpaccio nudo ed era piacevole e fresco.
Al rientro il sole era più basso e le ombre, molto lunghe, si stendevano sull'asfalto. Il cielo in lontananza era livido, ma sopra di me ancora azzurro e leggero. Un bel pomeriggio.
Ho avuto veramente paura. Per lunghi mesi ho pensato che sarei diventata un'altra persona: una che non mi sarebbe piaciuta, e ne avevo timore. Non volevo diventare un'altra. Soprattutto, non volevo ritrovarmi arida, chiusa, ostile, una con cui non si poteva parlare, una a cui non si poteva chiedere: questo non volevo essere e questo credevo fosse un passaggio obbligato per chiunque vivesse questa situazione. Ecco perché ero spaventata.
Avevo visto tanti essere così, passare con lo sguardo vuoto e l'esistenza grigia, non vedere niente e non attendere più niente.Ho creduto che anche per me, fosse in attesa questo e io non potessi sfuggire da questi comportamenti, finché non ho ritrovato la me stessa che conoscevo e ho capito che il dolore e la sofferenza ti alterano solo se glielo permetti, solo se tu lasci un varco per farli entrare e ho capito anche la passività che può convincerti a mollare tutto, ad accentuare certi aspetti latenti da sempre nel tuo carattere, con la giustificazione data dall'angoscia.
"... Tante cose che ho pensato i primi mesi adesso non le credo più così vere come le sentivo allora. So che non è tutto così categorico come pensavo; certi elementi si attenuano con il passare del tempo, forse quelli secondari che facevano da corollario al nostro dolore, e credo che dobbiamo imparare ad accettarlo. Tuttavia quando rileggo quello che ho scritto i primi mesi, sento come era giusto, rivedo me stessa convinta fino in fondo di quello che dicevo, sicura che non c’era altra verità all’infuori di quella.
Sono convinta che questa sia una grande dimostrazione di come si evolve il dolore e di come la sofferenza cambi in continuazione. Non sto assolutamente dicendo che il dolore si annulli con il passare del tempo e che sia possibile che ci abbandoni, ma è naturale che si smussino certi angoli e che, perciò, la nostra percezione ne venga condizionata.
Certi aspetti si addolciscono, lo choc iniziale si attenua fino a scomparire, intuiamo che certe cose non sono importanti e riusciamo ad accantonarle come parte non integrante del nostro dolore. Quando capiamo che l’unica cosa che veramente non possiamo eliminare è questa sofferenza sorda, questo peso che ci portiamo appresso, allora ciò diventa una parte di noi, ma non noi.
Questa cosa non è noi! Non dobbiamo permetterle di avere il sopravvento su tutto il resto, sulla persona meravigliosa che ancora possiamo essere. Durante quest’anno appena trascorso ho avuto l’opportunità di conoscere tante persone. Qualcuna di loro mi ha trovato delle qualità e quando mi mostrava il suo apprezzamento, pensavo: " Se tu mi avessi conosciuto prima! Allora sì che ero una persona meravigliosa!". Mi ascoltavo pensare questo e ne ero convinta, poi mi sono detta: "Cosa mi impedisce di essere una persona meravigliosa, se davvero lo desidero?" A quel punto ho capito quanto ci possiamo fare condizionare da questi eventi, come diventi naturale perdere ogni desiderio, ogni stimolo, anche quelli positivi.
Diventa molto facile, allora, lasciarsi andare e non provare neanche a fare nulla di buono, diventando così una persona che non ci piace molto e che, perciò, consideriamo sempre meno. Facilissimo, poi, giustificare il tutto con la disgrazia accaduta e il dolore che abbiamo dovuto sopportare. Forse, ad un certo punto, ho avuto l’idea di pensare questo e di lasciare perdere tutto. Per che cosa vale la pena di darsi da fare, se non c’è più quella persona così speciale, per cui avremmo fatto tutto?
Ho creduto veramente che non ci fosse più bisogno di me e ho pensato che non potevo più fare niente di importante, o di utile. Poi succede che qualcuno ti chiede di fare una cosa per lui; qualcuno ti allunga la mano per attraversare la strada, un altro ti telefona per raccontarti una cosa bella che gli è successa e un amico ha bisogno che tu lo ascolti.
Cominciando di nuovo ad ascoltare gli altri, scopri che sono infinite le possibilità che ognuno di noi ha, per fare qualcosa, per sentirsi bene e, anche un po’ diventare quella persona meravigliosa. Aiutando gli altri si aiuta prima di tutto sé stessi.
Ma prima ancora...
... Allora scopri che sei ancora qui, eri solo uscita un attimo da te stessa, per non sentire tutto quello che eri costretta a subire.
Ti sei ritrovata e, con molta attenzione e amore per te stessa, forse non ti perderai più."
Dolittle 5/11/2002
L’ombra dell’anima
( seconda ed ultima parte)
La riguardò, Anna era ancora seduta ma non leggeva più, guardava le persone, che camminavano e parlavano serenamente, passare davanti a lei, senza notarla. Gli sembrò che il suo sguardo fosse triste, sentì la sua tristezza, di persona sola, non per propria scelta. Ebbe il desiderio improvviso di correre da lei e consolarla. L’impulso fu così forte che si staccò dal davanzale con uno scatto imperioso e mosse alcuni passi nel corridoio.
Si fermò di scatto, come era partito, in mezzo a quelle statue e quei dipinti che sembrarono deriderlo. Dove stava andando? Un Monsignore, nella sua posizione, prossimo a una promozione, che correva per i corridoi del Vaticano! Oppure che scendeva di corsa quell’enorme scalone con la tonaca che sventolava dietro di lui! I suoi colleghi lo avrebbero deriso e lui avrebbe fatto una figura ridicola. Ma cosa gli era venuto in mente? Dopo anni di servizio nel Clero, sapeva bene cosa fosse il decoro che si addiceva a una figura come la sua.
Lo sconvolse capire fino a che punto stava per spingersi. Inaudito! Stava per rovinare tutto ciò per cui aveva lottato in quegli anni, oltre a rendersi ridicolo di fronte ai colleghi e, forse, ai suoi Superiori. Si rimproverò silenziosamente e si ripromise di imporsi più autocontrollo per il futuro.
Era ancora fermo in mezzo a quel corridoio, tanto antico da incutere timore, e si guardò attorno per vedere se ci fosse qualche testimone della sua sconsideratezza. Nessuno! Il corridoio era vuoto e il silenzio era totale. Monsignor Guerzoni era turbato da ciò che era appena accaduto. Dopo anni di autocontrollo e di compostezza, per dare di sé la giusta immagine e guadagnarsi quella rispettabilità necessaria per arrivare all’attuale carica da lui rivestita, era inconcepibile che la semplice vista di Anna seduta nei giardini del Vaticano, lo rendesse così pazzo da buttare tutto all’aria in una frazione di secondo.
Ripensò a quegli anni lontani, quegli anni in cui aveva creduto di essere capace di amare un’altra persona. Rivide sé stesso giovane e fiducioso andare incontro alla vita, iniziare l’amore con Anna. I primi tempi tutto era perfetto, loro si amavano, erano giovani e sembrava che niente potesse ostacolarli. Poi cosa era accaduto? Come erano arrivati alla rottura? Non se lo ricordava, gli sembrava che fosse accaduto semplicemente, così per caso, forse Anna era troppo giovane e non si era sentita di impegnarsi seriamente e poi lui aveva sentito la Vocazione. Sì, doveva essere andata così. Lui comunque aveva fatto una brillante carriera, invece se avesse sposato Anna sarebbero rimasti una banale coppia di impiegati alle prese con i conti e le difficoltà quotidiane.
Ma cosa stava pensando? Lui aveva amato veramente Anna, poi aveva sentito la Vocazione ed era entrato in Seminario perché credeva ciecamente negli alti valori ispirati dalla Chiesa e nello stimolo di altruismo e amore per il prossimo, che lo aveva spinto a dedicare la sua vita alle altre persone. Sì, Monsignor Guerzoni era veramente felice della sua vita ed era convinto di tutte le scelte fatte in passato.
Capì di essere più calmo e, forte dell’autocontrollo che aveva riconquistato, si sentì pronto ad affrontare Anna e il passato. Ritornò verso la finestra, ancora spalancata su quel cielo azzurro senza una nuvola che lo aveva accolto prima, e volle guardarla ancora una volta, prima di avviarsi con calma verso lo scalone e raggiungerla in giardino per salutarla come una vecchia amica.
Giulio si affacciò e la cercò con lo sguardo. Sulla panchina dove era seduta Anna, fino a qualche minuto prima, c’era una anziana signora, che leggeva con grande concentrazione, qualcosa che poteva sembrare un libro di preghiere. Pensò di essersi sbagliato a individuare la panchina e le scrutò tutte, fino in fondo al viale. Non vide traccia di una giovane donna con i lunghi capelli neri, una donna che con un gesto semplice eppure così femminile, si spostava i capelli che le cadevano sugli occhi.
Rifece con lo sguardo tutto il percorso, fino all’inizio del viale, cercando Anna ma non la vide. Pazienza, pensò, era già andata via. Controllò l’orologio, era molto tardi, aveva ancora diverse cose da sistemare, doveva sbrigarsi. Si staccò dalla finestra, sistemò l’abito controllando che fosse impeccabile come il solito.
Monsignor Guerzoni si avviò con il solito passo deciso, ma calmo, verso il suo studio.
Intanto, in giardino, la signora anziana, che vestiva pantaloni chiari e una camicia con le maniche arrotolate, si alzò dalla panchina dove si era seduta un’ora prima e, togliendosi dagli occhi un ciuffo di capelli, mise il libro nella borsa e si avviò verso l’uscita.
L’ombra dell’anima
I corridoi del Vaticano erano molto silenziosi e quasi deserti. Solo una persona, in quell’ora di primo pomeriggio, osava turbare il sacro silenzio di quei luoghi tanto antichi quanto suggestivi, vuoti perché vietati al pubblico. Monsignor Guerzoni camminava con aria assorta e pensava, con leggera apprensione, al compito che l’attendeva il giorno dopo. Finalmente, dopo tanti anni di dedizione alla Chiesa, era stato proposto per una carica che l’avrebbe reso una figura ancora più importante all’interno del gruppo dei suoi colleghi. Sapeva che tutto ciò generava un po’ di invidia tra quelli che avrebbero voluto ricevere lo stesso onore, ma era ben deciso a non perdere la forte motivazione che lo sosteneva nel suo lavoro.
Aveva ancora qualche piccola perplessità riguardo al nuovo e prestigioso incarico, che lo avrebbe portato a lavorare a contatto diretto con l’assistente di Sua Santità, e che lo avrebbe reso anche un personaggio pubblico e riconoscibile, conferendogli grande potere. Come tutti gli incarichi prestigiosi, di grossa responsabilità, comportava anche maggiori doveri e, forse, qualche piccola rinuncia a quelle che potevano essere le sue intime convinzioni. Sarebbe stato necessario, forse, qualche piccolo compromesso. Queste erano le cose che lo preoccupavano in quel momento, anche se, vedendolo, nessuno l’avrebbe immaginato, perché sembrava tranquillo e controllato come il solito.
Monsignor Guerzoni aveva un fisico alto ed asciutto, un viso dai lineamenti forti e riusciva ad imporsi ovunque andasse, anche grazie al grande carisma che sapeva emanare e a quell’aria di superiorità che l’avvolgeva. Ripensò alla veloce carriera che aveva fatto in quegli ultimi anni e ne provò soddisfazione.
Improvvisamente ebbe voglia di affacciarsi a uno di quegli alti finestroni che si affacciavano sul giardino interno, sentì il bisogno urgente di respirare quell’aria che sapeva essere così fresca e pura, come solo nella primavera a Roma si può trovare. Si avvicinò alla finestra e si appoggiò al davanzale; lo sguardo prima accarezzò il cielo azzurro, leggermente sfumato dal bianco di qualche nuvola che osava turbare la perfezione di quel colore quasi uniforme, su cui spiccava il tenero verde delle foglie degli alberi secolari, e poi passò agli enormi vasi di azalee che formavano delle grandi macchie di colore, in mezzo al verde del prato.
La sua attenzione fu poi attirata dai turisti che, a piccoli e grandi gruppi, commentavano affascinati tutte le meraviglie che avevano appena visto, oppure consultavano la cartina per decidere la prossima tappa. Molti erano con il naso all’aria, per non perdere neanche un particolare di tutte quelle meraviglie che li attorniavano. Monsignor Guerzoni era affascinato da quella enorme varietà di persone e li guardava con attenzione, lasciando, nello stesso tempo, la mente libera di perdersi in fantasie.
Improvvisamente qualcosa attirò la sua attenzione e gli fece girare il capo, verso il vialetto di sinistra, dove alcune panchine offrivano un po’ di sollievo alla fatica dei visitatori. Non riusciva a vedere niente di particolare, però sentiva che c’era qualcosa che attirava la sua attenzione.
Scrutava attentamente ogni persona, domandandosi che cosa avesse richiamato il suo interesse. Sulla prima panchina c’erano dei turisti, evidentemente tedeschi, come denunciava il loro abbigliamento, che erano concentrati nella lettura di una cartina di Roma, intanto che un altro, in piedi di fianco a loro, fotografava qualsiasi cosa gli sembrasse antica, o semplicemente vecchia e significativa. In piedi, in mezzo al viale, una scolaresca faceva confusione e i ragazzi si fotografavano a vicenda urlandosi commenti scherzosi, mentre l’insegnante cercava di recuperare un po’ d’ordine. Più in là una giovane coppia si teneva per mano, passeggiando con la tranquillità di chi è innamorato.
Poi la vide. Sulla panchina in fondo, silenziosa si toglieva un ciuffo di capelli dagli occhi e cercava di leggere un libro. Sollevò il capo a guardare la giovane coppia che passava proprio davanti a lei e Giulio Guerzoni, ora Cardinale, credette di scorgere un’ombra di rimpianto nei suoi occhi. La donna indossava un paio di pantaloni chiari e una camicia dalle maniche arrotolate e, da quello che Giulio poteva indovinare, sembrava che gli anni fossero stati clementi con lei. I capelli erano lunghi, quasi come allora, e gli sembrò di risentirli sotto le dita, morbidi e profumati.
Dopo tanti anni, rivedere Anna, fu per Giulio occasione di profondo turbamento. Sembrò che gli mancasse l’aria, come per un forte pugno allo stomaco. Non si erano più visti da quell’ultimo giorno dell’anno, prima che lui comunicasse ad Anna la decisione definitiva di prendere i voti. Giulio ricordava bene tutto, anche l’anno: era il 1980. La serata era rimasta impressa nelle sua memoria, anche se, praticamente, non ci aveva più pensato.
La ritrovò, viva come l’immagine di un film appena visto, e gli sembrò di essere ancora a quei giorni; le discussioni furiose con Anna, le incertezze confidate al suo Padre Confessore e le alternanze della propria convinzione. Quella sera, dopo mesi di litigi, Anna lo aveva messo con le spalle al muro, lo aveva obbligato a decidere cosa voleva fare veramente. E lui aveva scelto la Chiesa, e non se ne era mai pentito.
A domani, per la seconda parte...
La fuga di Sophie
Diego si girò fulmineo verso il fratello e gli diede un pugno in faccia: " Idiota! Sarai anche il fratello maggiore, ma non capisci niente! Ero già arrivato ai soldi e li avrei portati via... avevo la sua fiducia e ormai la tenevo in pugno... stronzo! La tua fretta rovina sempre tutto..."
Sparky si massaggiava la faccia, dove Diego l'aveva colpito, e lo guardava con una strana espressione incredula. Aveva smarrito la concentrazione e la forza, che sembravano animarlo poco prima. Quasi balbettando e fregandosi il naso insanguinato, chiese: "... ma a... a... allora, la vo... vo...levi fregare? Avresti diviso i so... i soldi con me? Non... non sareste fuggiti insieme?..."
"Certo! Cosa credevi, che mi fossi innamorato di Sophie? L'ho detto solo perché spero di poter arrivare di nuovo ai soldi... stavolta, però, faremo come dico io... ti metterai da parte e mi lascerai lavorare. D'accordo?"
"Ok, ok... allora, che si fa? Come la ritroverai? Hai un'idea di dove sia andata?"
"Usciamo di qui, mi è venuta in mente una cosa... " Diego uscì dalla fossa, con un salto e aiutò Sparky a sollevarsi.
"Dobbiamo recuperare il diario di suo padre. Sophie l'aveva trovato quell'ultima sera, quella in cui l'hai portata via... lo stava leggendo quando hai sparato... me l'ha detto lei. Però con sè non l'aveva, quindi è ancora in casa. Dobbiamo trovarlo. Sono sicuro che c'è qualche indizio, qualcosa che ci guiderà diritti da Sophie... che mi guiderà diritto da Sophie!"
Con un'ultima occhiata minacciosa verso suo fratello, Diego si diresse di corsa verso l'abitazione della ragazza.
Passò tra gli alberi e i cespugli, come una furia, parlando tra sé: "... presto... devo fare presto... la devo trovare subito... ", scavalcò il dobermann, steso a terra ed entrò in casa. Lo vide subito. Era sul pavimento del salotto, aperto a faccia in giù. Lo prese e si sedette sul divano, sfogliandone le pagine con attenzione. Sparky lo fissava in silenzio, asciugandosi il sangue che gli colava ancora dal naso. All'improvviso, Diego si alzò e, con un'ultima occhiata sprezzante al fratello, si precipitò fuori:
"Lo leggerò dopo. Tu vai a casa e aspetta mie notizie." Gli occhi erano ancora più neri del solito, mentre lo guardava e Sparky capì che non poteva obiettare.
Rimase così, con lo sguardo fisso su Diego che spariva tra gli alberi, di nuovo perso nei suoi ricordi...
Sophie correva forte, incurante dei rami che le graffiavano braccia e gambe. Sentiva nelle orecchie, solo il rombo assordante del suo cuore spaventato e tradito. La delusione per la scoperta che Diego era il fratello di Sparky, e che l'aveva ingannata, le faceva scendere lacrime calde e pungenti. Con la vista annebbiata e il cuore stretto, non pensò a dove stava andando: correva e basta. Le sembrò che il cuore le scoppiasse nel petto e si fermò, appoggiandosi al tronco di una grossa quercia. L'aria le entrava, rombando, nei polmoni e le pareva di soffocare: sentiva una mano grande e forte che le stringeva la gola. In quell'istante le nuvole coprirono completamente la luna, l'oscurità divenne densa e pesante come una coperta di velluto e il silenzio amplificò i rumori del buio. Da ogni parte venivano fruscii e i rami stridevano nel vento freddo: Sophie rabbrividì, stringendosi le braccia intorno al corpo.
All'improvviso, un rumore di foglie, e il coniglio nero uscì dalla macchia degli alberi. Con piccoli salti, le venne vicino e si sedette davanti a lei. La guardava fisso negli occhi e Sophie sentì una nuova calma entrare in lei. Gli occhi del coniglio erano neri e allo stesso tempo, così luminosi da sembrare stelle. Il vento si calmò e le nuvole si arresero alla luce argentata della luna. Il coniglio si girò e, con un ultimo sguardo a Sophie, si mise a correre. Lei capì subito che la invitava a seguirlo e corse seguendo il piccolo animale.
Un leggero sentore di tuberosa era nell'aria, le sembrò di sentire le braccia di suo padre, la sua voce, quando le recitava l'haiku preferito e vide un lampo di colore pervinca: l'abito della mamma, mentre si chinava a rimboccarle le coperte...
" L'elefante elegante,
è per tutti un birbante,
ha un fisico prestante,
persino un po' intrigante..."
Scritto in blu da Dolittle :-)

Entra pure! La festa è già iniziata, ma qui sono tutti benvenuti. Unisciti a noi. Oggi è il compleanno di Dolittle e le abbiamo organizzato una bella festa, perché se la merita. 
Andremo avanti a festeggiare fino a notte fonda e tutti avranno un pezzo di torta, anche perché questa non finisce mai. 
E nessuno si azzardi a contare le candeline, eh! Tanto non sono il numero esatto! 
PS. oggi è anche il compleanno di Simona. Ricordatevi di farle gli auguri!!! 
Una strana coppia di amici
Sempre insieme, uniti nel bene e nel male, così si dicevano sempre. Più che dirlo, se lo dimostravano a vicenda. Uno non poteva stare senza l'altro neppure per un minuto, e viceversa.
Amici per la pelle, anche se profondamente diversi.
Il primo era sempre troppo istintivo, estremamente protettivo nei confronti degli altri, impulsivo e quasi pazzo nelle sue azioni. Pronto a sciogliersi per un nonnulla e, un istante dopo, disposto a farsi trafiggere piuttosto che nuocere a qualcuno.Si buttava a capofitto nelle situazioni, senza fermarsi a ragionare. Un giovane e passionale, irriflessivo, sempliciotto, dolce e buono, pronto a proteggere tutti, fuorché sé stesso. Si sarebbe procurato ancora più male, ferite irrimediabili, rotture, crepe che non si sarebbero più saldate. Forse, sarebbe morto!
L'altro, invece, era l'opposto: razionale, ragionatore, riflessivo, calmo, voleva sempre andare a fondo nelle cose. Un grande e vecchio saggio, che discorreva di filosofia e credeva di risolvere sempre tutto, disposto ad usare anche un'equazione matematica, se necessario! Uno che voleva sempre capire. Prima di agire si poneva tante domande e cercava il modo migliore per fare le cose. Insomma, ragionava! In certi casi, la cosa peggiore che si possa fare.
La situazione, che si era presentata, era d'emergenza.
Il primo, da solo, non ce l'avrebbe mai fatta. Era pronto a buttarsi, ad esporsi come sempre e anche molto di più, voleva proteggere tutti, si preoccupava per tutti, anche a rischio di sé stesso e della propria incolumità.
L'amico è intervenuto immediatamente: non c'era un attimo da perdere. Aveva capito subito che, se all'altro fosse successo qualcosa di grave, la stessa cosa sarebbe accaduta anche a lui. Forse, sarebbero morti tutti e due!
Non c'era neanche il tempo di ragionare, stavolta. Davanti a lui, vedeva solo la luce rossa lampeggiante: EMERGENZA. L'unica cosa da fare, l'unica possibile per salvarsi, era scollegarsi immediatamente dal Sistema.
Così fece. Salvò sé stesso e il suo amico.
Quando il Sistema divenne più stabile, ricollegò i cavetti che lo allacciavano alla macchina e controllò il funzionamento di tutti i circuiti. Non erano come prima, non sarebbero più stati come prima, ma sembravano ancora funzionanti...
Poi si dedicò alla sua occupazione preferita: capire. Capire! Come se fosse possibile. Cercò le risposte alle troppe domande che si faceva in continuazione: lui aveva bisogno di sapere il perché di tutto. Il perché! E' andato avanti, ha scavato dentro ad un buco che non ha fondo, ha scavato in un terreno anche troppo friabile, giù, giù, sempre più giù, fino a scoprire che non esisteva niente in fondo al buco. Nessuna risposta, nessuna equazione matematica che dimostrasse qualcosa. Nessuna verità profonda e inequivocabile. Niente di tanto certo, da poter essere verificato. Niente di niente. Troppo duro da accettare, per lui, così rigoroso nei suoi pensieri: non si voleva rassegnare. Quanto ha pensato! Ha esaminato la Cosa da tutte le parti, l'ha aperta, sezionata, scomposta, eliminato parti inutili, rimontata in vari modi, tutti quelli possibili, e ha capito che non c'era spiegazione. Ma, ancora, si rifiutava di accettarlo.
Anche lui, da solo, non ce l'avrebbe mai fatta.
Allora è intervenuto il suo amico di sempre, il Cuore, che si era salvato da danni irreparabili solo grazie a lui, il Cervello, e l'ha preso per mano e gli ha fatto sentire tutto il suo Amore. Non aveva altro da dargli: non discorsi complessi, ragionamenti astrusi, calcoli matematici, pensieri filosofici. Lui aveva solo quello e ne ha fatto dono al suo Amico.
Così si sono salvati insieme e, tutti e due, hanno salvato l'Anima.

Si era già detta tutto. Almeno cento volte. Pensieri di tutti i tipi, domande senza risposte, tutto aveva riempito la sua mente e il suo cuore. La montagna l'affascinava, l'attirava irrimediabilemente a sé, però aveva sentito come un'ombra di malevolenza in lei. Le sembrava che le volesse fare del male, sentiva che poteva nuocerle. E forse, pensò, poteva trovare altrove quello che la montagna le aveva solo promesso.
Allora, si alzò in piedi e scese a valle.
Possa il silenzio
gremito di lucciole
darvi la via.
lontano da spari
dalla stoltezza
e dall'ipocrisia