Cosa vola in questo blog

Pensieri legati al nastro di un aquilone e lasciati liberi di volare in cielo.
Lei fa volare pensieri blu e Lui fa volare pensieri verdi.
Dolittle sa parlare agli animali e, certe volte, anche agli umani. Actarus parla direttamente al cuore e all'anima.

Bambini nel tempo

Rinnovo adozioni a distanza
Anno 2008




E' aperto il rinnovo delle quote per le adozioni a distanza dei
Bambini Nel Tempo per il anno consecutivo, per quanto riguarda noi blogger.

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venerdì, ottobre 31, 2003

 
Dove le anime
serene bisbigliano -
bagno di fiori.
 
 
 
fammi essere Dio ti prego una di quelle anime

Pensiero volante di: Actarus29 a 00:55 | link | commenti (9) |

giovedì, ottobre 30, 2003

Lettere

All'inizio è sorpresa: perché N. che mi scrive almeno tre volte a settimana, oggi scrive alla cassetta postale del sito, anzichè all'indirizzo privato?
Poi è sorriso per la sua dolce ingenuità: scrive al plurale e non sa che anche questa posta, oltre che al server, arriva a me... ma cosa scrive?
Dopo è solo emozione e commozione: leggere quello che una persona pensa di te, quando crede di parlare ad un'altra persona è sconvolgente, anche se lo sai già. Ho provato anche un po' di disagio, mi sembrava di spiare la posta di un altra persona. Le ho scritto dicendole che avevo letto la mail...
 
Sorpresa ancora più grande: una persona che non vedo e non sento da due anni, mi ha trovato e mi ha scritto. Qui mi fa sorridere la mia, di ingenuità: io che non racconto niente a nessuno e non ho detto a chi mi conosce, quello che ho scritto, vengo subito scoperta...
Come ho detto l'altro giorno con una persona: "Internet è un grande paese di provincia."
 

Pensiero volante di: dolittle a 14:47 | link | commenti (11) |

mercoledì, ottobre 29, 2003

Correggendo l'ultima parte del mio libro, ho ritrovato, quasi dimenticata nelle pagine, questa poesia. Ne ho inserita una quasi tutti i mesi, da Gennaio a Novembre, senza un disegno prestabilito; le ho lasciate libere di uscire quando desideravano. Quasi tutte hanno il nome del mese in cui sono nate, proprio per seguire ed indicare lo scorrere del tempo ed i cambiamenti ad esso legati. Non hanno alcuna valenza poetica ma le lascerò proprio lì dove sono perchè, camminando insieme al resto delle parole, compongono la storia di quel primo difficile anno.

Ottobre
 
Colori di tardive rose,
foglie rosse e gialle,
in un ravvivare del cielo,
altrimenti grigio e opaco,
preambolo d’inverno.
Con occhi spalancati sulla luce,
sento l’aria fredda e umida
schiaffeggiarmi il viso.
All’improvviso spariscono i colori
e mi ritrovo sola con la nebbia.
 
Dolittle (20 ottobre 2002)
 

Pensiero volante di: dolittle a 11:46 | link | commenti (4) |

martedì, ottobre 28, 2003

Un'isola mai vista
 
Un'isola mai vista, quella devi cercare. Desolazione e senso d'irrealtà sono i tuoi compagni d'avventura. Nel film della tua vita stai recitando una parte per cui non avevi firmato il contratto. Ti senti violentata e derubata di tutto quello che avevi; forzata a cambiare rotta nella tua navigazione. Dopo tanto tempo e tante energie impiegate per arrivare lì, scopri che la tua destinazione è un'altra: una che non avevi mai immaginato.
Rabbia e incredulità ti accompagnano nello sbandamento e cadi, cadi, cadi... e bevi quell'acqua schifosa, putrida, puzzolente e annaspi e stai per annegare e anneghi, cadi sempre più giù, il buio totale ti sommerge, niente, non vedi niente, il buio fa paura, il silenzio ti annienta, non c'è niente quaggiù, niente, niente, NIENTE!
Non c'è niente quaggiù...
non c'è niente quaggiù...
non ce la faccio più, non riesco a tornare su, non riesco, mi lascerò andare, lascerò che la corrente mi porti via e che quest'acqua mi riempia i polmoni e il cuore e l'anima e...
cos'è quel rumore che mi rimbomba nelle orecchie, ho paura, chi c'è qui?
Chi c'è qui? Non respiro, non posso più respirare... e quel rumore, quel rumore, cos'è?
Un filo di luce, come un lampo, per un attimo ho visto il cielo, era azzurro, sono sicura era azzurro...
Chissà forse c'è anche il sole...
Qui non arriva niente e ormai i polmoni sono pieni di acqua puzzolente, ormai non c'è più niente da fare e poi l'isola è troppo lontana, non ce la farei mai... mai...
Se smettesse un secondo, questo rumore che ho nelle orecchie, se smettesse potrei sentire se c'è qualcuno.
Un altro lampo di luce, il cielo di nuovo e... sono sicura stavolta c'era anche il sole, sono sicura.
Se mi aggrappo a questo bastone forse mi tiro un po' su, forse... Se davvero c'è il sole lo voglio vedere, voglio sentire se riesce ancora a scaldarmi le spalle, se i bambini giocano ancora nel parco, voglio vedere se le rondini sono tornate...
Un attimo solo, darò un'occhiata e poi mi lascerò andare di nuovo. La forza non l'ho più, lo so, solo un attimo posso respirare. Un attimo basta. Basterà.
Poi lascerò di nuovo che mi sommerga l'acqua e l'oblio. Annegherò in questo mare desolato, dove la mia isola, quella del mio film originario, non c'è più.
Un attimo a respirare il sole, il calore che entra e quel rumore che si placa. Un'altra isola all'orizzonte, sconosciuta e mai desiderata, abitata da molte persone.
Quel rumore non è più così forte, adesso che sono fuori dall'acqua lo sento meglio, capisco tutto...
quel rumore è sempre con me: è il mio cuore che batte e cerca una nuova isola in cui poter vivere.
 
Scritto venerdì scorso per Battelloscrittura.
 

Pensiero volante di: dolittle a 09:35 | link | commenti (7) |

lunedì, ottobre 27, 2003

 
 
 
a piedi nudi in giro per la casa
fa freddo, ma non riesco a fermarmi
vuoto cassetti pieni di cartacce e di foto che solo a guardarle mi si stringe il cuore
mangio yogurt alla fragola scaduti (due), leggo sul tavolo poesie che ho già letto cento volte 
dormono ancora tutti dentro questa infinita oscurità , in un silenzio greve ,che mi dilania il cuore
 
mi sono dovuto alzare
mi rigiravo sul letto , sotto un lenzuolo rovente di fiori appassiti
smaniavo , cercando nella mente  quella lucciola non vista capace di illuminare l'incantevole viale dei sogni
solo un sogno , di rose e serenità
non la luna cercavo
e Dio tu lo sai
un gancio
che scendesse magicamente dal cielo senza veli come nelle favole che mio fratello amava raccontarmi da piccolo per farmi mangiare
favole dolci
di zucchero a velo
di principesse bionde e regni salvati
favole che mio fratello oramai ha scordato
dentro l'insicurezza
dentro l'incubo dei soldi e di una casa da finire 
da riempire poi col vuoto
con gli ululati d'un vento che finge d'essere un lupo
e forse lo è
 
vorrei che nelle saline i pesci non fossero pancia all'aria
vorrei che l'uomo fosse meno bastardo
vorrei che questo cazzo di tetto fosse trasparente ...
vorrei vedere i colori del cielo ....
mi sento come se da cinque anni a questa parte non l'avessi più visto e mi manca ...
vedo solo questo ruvido tetto grigio  e sempre più spesso ho la sensazione che mi stia per crollare sul cuore ,rimasto
in silenzio da un secolo o due
 
s'è alzato mio padre (per andare dove ?) .....
vorrei dormire
dormire
e dormire
 
... è giorno .
 
 
*******************************
 
 
Nel buio ,farfalle
di neve seguono
la linea
della mia mano.
 
Cadono dove
la luna
non ha occhi
nè sorrisi .
 
Poi suona morbido
il mare
e promette di cullarle
 
da quel momento
fino a sempre.
 
 
 

Pensiero volante di: Actarus29 a 01:45 | link | commenti (5) |

domenica, ottobre 26, 2003

Incanto rosa
(prosegue da "Fiori di neve")
 
Quando Sophie aprì gli occhi, si sentì molto strana, quasi confusa, e pensò che forse era stato tutto un sogno: la campagna, lo scrigno, Diego... forse la sua vita stessa era un sogno, e niente di quello che ricordava era mai accaduto. Eppure il mandorlo con i fiori di neve le sembrava così reale, ne ricordava persino l'odore, le sembrava di poterlo toccare... bastava allungare una mano... il muro ruvido e scrostato le gelò il cuore... era solo una visione, forse mandata da suo padre, per farle capire dove erano i soldi: quelli che Sparky cercava con tanta determinazione. Si alzò, il freddo del pavimento sotto i piedi e gli occhi persi nel chiarore rosato che vedeva dalla finestra, uscì e si avventurò in mezzo agli alberi. La rugiada le bagnava i piedi e l'aria fresca le schiariva la mente. Finalmente arrivò nella radura e la luce rosa le inondò l'anima: si fermò stringendosi le braccia intorno al corpo e guardò lo spettacolo di quel sole che sorgeva solo per lei. Rimase immobile, fino a che il sole diventò grande e giallo e l'erba iniziò ad asciugarsi. Si riscosse con un sospiro e si accorse di avere molto freddo: era rimasta troppo tempo e la giacca che indossava era troppo leggera. Si girò per rientrare e quasi finì addosso a Diego:" Mi hai messo paura! da quanto tempo sei qui?"
"Da un po'... eri così bella, dentro un alone di luce rosa e non ti ho voluto disturbare... vieni, rientriamo. Ti ho portato la colazione, e poi mi sembri infreddolita. " Diego le mise la sua giacca sulle spalle e Sophie si strinse nell'odore di muschio e sandalo che l'avvolse. La visione di un'altra alba, di tanti anni prima, quasi la tramortì. La mamma era morta da pochi mesi e suo padre l'aveva portata con sè in un lungo viaggio d'affari. Forse voleva averla vicino e cercava di darle un po' di serenità. Ricordava vagamente il luogo, di cui non rammentava neanche il nome, ma le sembrava di riviverne l'atmosfera e sentiva ancora quei colori che le ferivano gli occhi. Erano colori molto intensi, come lampi di fuoco e di calore, e Sophie percepiva anche un odore molto forte: un misto di terra e di erba appena falciata. Un odore che, da allora, aveva sempre abbinato ad una sensazione di stupore e di bellezza: quasi di serenità. Quello stesso odore che stava ritrovando nella giacca di Diego. La infilò e si immerse in quelle lunghe maniche, stringendosi nel calore del passato. Un attimo di sogno e, con un improvviso soffio di vento, ritornò al presente.
Si voltò verso di lui, con un timido sorriso e lui le prese la mano: era calda e forte e Sophie sentì una striscia di calore salire nel braccio e arrivare in quell'angolo di cuore, quello dove aveva più freddo. Sorrise a Diego e lui la guardò con una strana espressione... solo un attimo, poi, stringendole più forte la mano, si mise a correre trascinandola verso la casa e la sicurezza.

Pensiero volante di: aquiloneblu a 11:05 | link | commenti (7) |

venerdì, ottobre 24, 2003

Due furbi occhi verdi

(seconda parte)
 
A queste raccomandazioni, Lucia aveva annuito, anche se non le aveva affatto comprese. Perché non poteva parlare con nessun uomo, quando invece in paese era abituata a parlare con tutti, e tutti erano gentili con lei?
Giuseppe, intanto le aveva chiesto qualcosa e, non sentendo risposta da lei, la chiamò:
"Lucia, hai sentito cosa ti ho detto? Allora, vuoi salire da me? Abito proprio nella strada qui a fianco e potresti riposarti qualche minuto. Dopo che ti sarai riposata, ti accompagnerò da tua zia. Vedrai, faremo prestissimo."
Lucia, confusa dalla città e dalla gentilezza di Giuseppe, annuì senza parlare. Andarono in casa di Giuseppe; "Aveva ragione, pensò Lucia tranquillizzandosi, era veramente vicina." L’appartamento era al secondo piano di una casa molto vecchia, come tutte quelle della zona, e abitata principalmente da studenti e lavoratori venuti da altre città. Per le scale si sentiva un odore di cucina, come di verdure cotte troppo a lungo e cipolla soffritta. Lo stomaco di Lucia, si ribellò a quell’odore e lei si sentì quasi svenire, perciò quando Giuseppe aprì la porta e la fece passare in un buio corridoio, lei gli si appoggiò contro, come per sostenersi.
Giuseppe dovette quasi trascinarla fino ad un angolo in cui c’era un divano letto, per fortuna in quel momento, nel suo aspetto diurno. La casa era molto ordinata, contrariamente a quello che si poteva immaginare, e pulita. Lucia ne fu confortata e si appoggiò contro i cuscini del divano, chiudendo gli occhi.
Si sentiva improvvisamente stanca, troppo stanca per pensare di camminare ancora, e accaldata. Forse il malessere che sentiva era dovuto alla città che non conosceva e alla tensione di fare qualcosa di così nuovo per lei, pensò.
Giuseppe le portò un bicchiere d’acqua fresca, che lei bevve avidamente e poi, quando la vide riprendere un po’ di colore in quel viso così bello e dolce, si sedette sul divano, vicino a lei. Le accarezzò una guancia, seguendo con il dito la linea dell’ovale perfetto del viso. "E’ così bella - pensò Giuseppe – così dolce…"
"Sei così bella. Hai un viso dolcissimo. Non ho mai visto una ragazza così bella…" le diceva intanto che le carezzava il viso.
Lucia ascoltava queste parole, carezzevoli come la mano che seguiva i contorni del suo viso e lasciava fare; era come una melodia incantatrice, che la rilassava e la distaccava dal resto del mondo. "Giuseppe è così gentile. Una persona così non può fare niente di male. Sicuramente la mamma non si riferiva a questo, quando mi ha fatto tutte quelle raccomandazioni."
Vedendo che Lucia si adagiava contro di lui, premendo sulla sua spalla, Giuseppe si fece più audace e le sollevò leggermente l’orlo della gonna, carezzandole le cosce e salendo piano piano, sempre più su. Lucia, appoggiata sulla sua spalla, non faceva caso a quello che accadeva; le era venuta come una sorta di torpore fisico, che le contagiava anche la mente. Si rilassava a quelle carezze e non pensava più a niente. Il paese era lontano, la mamma e le sue raccomandazioni non arrivavano fino al divano e a quell’appartamento al secondo piano.
Giuseppe si avvicinò ancora di più e si chinò sopra di lei, per baciarla.
"Hai delle labbra bellissime, rosse e dolci come le fragole…" le diceva intanto che la baciava e le sollevava ancora di più la gonna. La tirò in piedi e la strinse forte tra le braccia, perché la sentì barcollare. Intanto continuava a baciarla, sulle labbra e sul viso.
Improvvisamente aprì gli occhi e si vide riflesso nel grande specchio dell’armadio: vide un ragazzo dai furbi occhi verdi e le due bellissime gambe nude che stava accarezzando. In cima alle gambe, però, si intravedeva un paio di mutandine bianche di cotone, come quelle che portava sua sorella Maria, di tredici anni. Spalancò gli occhi, colpito da un pensiero improvviso:
"Ma quanti anni hai? Non è che sei minorenne, vero?" le chiese, scostandola da sé.
"Ne ho quindici. Perché? La mamma dice sempre che sono molto alta per la mia età."
"E non ti ha detto nient’altro, la mamma? Ad esempio, di non andare in casa di un ragazzo sconosciuto…"
"Sì, me l’ha detto… Ma tu non sei uno sconosciuto, vero? Ti sei presentato e sei stato così gentile…"
Improvvisamente Lucia si sentì lo stomaco in subbuglio e si mise una mano sulla bocca, guardando Giuseppe con occhi imploranti. Lui capì al volo e la trascinò di corsa nel bagno, dove lei vomitò, appoggiandosi alla tazza del gabinetto.
Giuseppe uscì, lasciandola sola, e camminò furioso nel corridoio: "Sei proprio un’idiota! Complimenti, stavolta stavi per farne una grossa! Stronzo che non sei altro!" si diceva guardandosi in quello stesso specchio, dove si era guardato poco prima.
Improvvisamente desiderò solo di essere fuori di lì in fretta e di portare Lucia sana e salva dalla zia. " Lucia, stai meglio? Come va, adesso? Sei pronta per andare dalla zia?"
Lucia uscì dal bagno, bianca come un panno lavato e con le lacrime agli occhi: "Scusami, sono proprio una stupida. Sarà stato il caldo, o il viaggio…mi siedo cinque minuti e poi andiamo."
"No, no! Mi è venuto in mente che devo andare in un posto… anzi, sono già in ritardo. Ti accompagno subito da tua zia."
Così dicendo, la tirò in piedi e la trascinò giù per le scale. Lucia era stupita e anche offesa da questo comportamento; si domandava cosa avesse fatto per causare questo repentino cambiamento in Giuseppe.
Quando arrivò dalla zia, si era già dimenticata di tutto questo.
Se ne ricordò qualche anno dopo, quando conobbe un altro Giuseppe, dagli occhi furbi e dal cuore ancora più scaltro, che le insegnò tutto quello che aveva bisogno di sapere. Allora smise di domandarsi cosa fosse accaduto quel giorno. E mandò un muto ringraziamento a quel Giuseppe dai furbi occhi verdi e dal cuore dolce.

Pensiero volante di: dolittle a 14:27 | link | commenti (10) |
racconti

giovedì, ottobre 23, 2003

Un racconto anacronistico, vissuto in anni lontani. Il primo di un trittico con gli stessi personaggi, che rivivono, a distanza di anni, situazioni simili. Un gioco che mi sono concessa.

Due furbi occhi verdi

Maggio 1965

A quindici anni Lucia aveva già, senza saperlo, lo stesso fisico che avrebbe avuto dieci anni dopo, quando ne sarebbe stata fin troppo consapevole. Era molto alta e, fin da quando frequentava le elementari, era sempre stata confinata nelle ultime file di banchi; condizione che, forse, aveva influito sul suo carattere solitario e taciturno. Aveva lunghi capelli scuri, legati in una semplice coda, che le dondolava sulla schiena ad ogni passo, e occhi di un azzurro così chiaro da risultare quasi trasparente. Un viso dolcissimo dai lineamenti perfetti, labbra piene e carnose e gote così rosate da sembrare dipinte.
Del fisico vi ho già parlato e, se l’aveste vista anche voi, non avremmo bisogno di scambiarci parole. L’unica nota stonata in tutto questo splendore era l’abbigliamento: semplici scarpe nere con le stringhe, gonna grigio scuro, un po’ tirata sui fianchi (forse Lucia era cresciuta molto nell’ultimo anno?), lunga fin sotto il ginocchio e una scialba camicetta: bianca - come dubitarne?-, che doveva essere stata brutta anche da nuova. Il tutto aveva un’aria molto usata ed insignificante, oltre che economica.
Questo era, forse, l’unico motivo per cui qualcuno, fra gli uomini che passavano in quella stretta strada del centro, non l’aveva notata. Perché non era vestita come le sue coetanee e sembrava più vecchia della sua età e non degna di nota.
Questo era un bene, perché Lucia era appena scesa da un autobus, che proveniva da un piccolo paese della provincia, e non sapeva niente della città. Non sapeva niente degli uomini e dei loro desideri. Era cresciuta troppo e troppo in fretta, senza rendersi conto di come appariva agli altri. Solo certe volte, di fronte a certi sguardi, certe occhiate che non capiva, si sentiva a disagio, come chi non è al posto giusto.
Anche adesso era a disagio, ma non per gli sguardi. Di quelli non si accorgeva, perché camminava a testa bassa, fissando affascinata le pietre rosse che pavimentavano il portico e che, consumate per il passaggio di migliaia di piedi, erano più scure ai bordi e più chiare ed incavate al centro. Camminava in fretta, anche se non conosceva bene la strada in cui doveva recarsi, ma aveva come un senso di inquietudine, che la faceva desiderare di essere già al sicuro, a casa di zia Giovanna.
La zia Giovanna, sorella di sua mamma Luisa, era appena uscita dall’ospedale dove aveva subito un lieve intervento chirurgico e Lucia era stata mandata a farle compagnia. In tasca, Lucia, aveva un foglietto tutto stropicciato dove sua mamma le aveva scritto l’indirizzo della zia: via Umberto I numero 14.
Lo prese fuori dalla tasca, per l’ennesima volta, e consultò il piccolo schizzo che doveva indicarle il tragitto per raggiungere l’abitazione della zia. Alzò lo sguardo, fermandosi, per cercare la targa con il nome della via e capire quanto fosse ancora distante dalla strada della zia.
Intanto Giuseppe, venticinque anni e ottanta chili di peso, portati con spavalderia, corti capelli biondi, occhi verdi e furbi, si fermò, fingendo di guardare una vetrina, completamente buia, perché era l’orario di chiusura e il proprietario, da quando aveva avuto un principio di incendio, quindici anni prima, spegneva sempre le luci, quando andava a casa per il pranzo.
Era a pochi passi da dove si era fermata Lucia e non voleva che lei si accorgesse che lui la seguiva. Non aveva potuto fare a meno di seguirla: l’aveva vista scendere dall’autobus e aveva subito capito che proveniva dalla campagna e che poteva essere una conoscenza interessante. Quanto fosse bella non aveva bisogno di capirlo, per quello bastavano i suoi furbi occhi verdi.
Aspettò ancora qualche secondo, in cui Lucia continuò a guardarsi intorno, sempre più titubante e poi si avvicinò:
" Buongiorno. Posso essere utile? Sta, forse, cercando una strada che non conosce?"
Lucia quasi si spaventò a questa voce sconosciuta e si spostò indietro, barcollando per un dislivello nel pavimento del portico. Giuseppe non si fece cogliere di sorpresa e la trattenne gentilmente per un braccio, impedendole di cadere. Poi le chiese:
"Si è fatta male, signorina?"
Lucia, che era diventata rossa in viso e si sentiva bruciare, forse anche per l’imbarazzo di quella voce gentile che la chiamava signorina, rispose con una vocina tanto sottile, da costringere Giuseppe ad avvicinarsi ancora di più al suo viso:
"No, grazie. Non mi sono fatta niente."
Giuseppe si profuse in mille scuse, dicendo che era stata colpa sua, del suo avvicinarsi improvviso, che l’aveva spaventata. Per scusarsi, le propose un gelato, da mangiare insieme sulla panchina del vicino parco pubblico, luogo tanto innocente da convincere la timida Lucia. Seduta sulla panchina, con Giuseppe che le parlava con gentilezza, Lucia si rilassò e si calmò.
Le sembrava quasi di essere nel parco del paese, dove conosceva tutti e non aveva timore di nessuno.Finito il gelato, si trattennero ancora un po’ a parlare, con Giuseppe che faceva domande su domande e Lucia che rispondeva a monosillabi. Improvvisamente Lucia si era ricordata delle raccomandazioni che la mamma le aveva fatto prima della partenza: "Mi raccomando, Lucia, non ascoltare nessuno e non fermarti a parlare con nessun uomo. Se proprio devi chiedere aiuto, ferma una signora e stai attenta a non farti seguire da nessuno!"
 
(La seconda parte domani, su questo blog)

Pensiero volante di: dolittle a 13:46 | link | commenti (6) |
racconti

mercoledì, ottobre 22, 2003

"... Sono già passati due mesi... Sembra impossibile che la nostra vita sia proseguita ugualmente, eppure è così. Non so se sia tranquillizzante o angosciante, sapere che, comunque, tutto procede, anche... All’inizio pensavo di non farcela, avevo paura di cadere in una spirale di "quieta rassegnazione", cioè di precipitare in una zona neutra dove non si desidera niente, dove non si fa niente e si riesce solo a pensare: "... non c’è più, mi devo rassegnare, non tornerà mai più" e la rassegnazione arriva, ma è troppo tranquilla, è incolore, piatta. E tu diventi ancora più grigia della rassegnazione ed è come che fossi veramente morta anche tu."

Dolittle (2 dicembre 2001)

Grigio

Incolore aridità

Assenza di movimento e di figure,
solo linee rette
che portano al buio del vuoto.
 
Nebulosa realtà affogata nel nulla,
opacità di pensieri e desideri
nel fumo denso dell'indecisione.
 
Negazione della Vita,
del colore, dei sogni,
annegata nella siccità dell'anima.
 

Pensiero volante di: dolittle a 14:59 | link | commenti (15) |

martedì, ottobre 21, 2003

 
 
Lieve cade
una foglia d'oro
ogni notte
 
dal ramo sporto
della luna 
sul dorso del drago
che dorme in me.
 
E il lago,
il mandorlo già in neve,
la luna stessa 
mi rasserenano.
Tutto ciò che guardo
non brucia più .
 
 

Pensiero volante di: Actarus29 a 21:51 | link | commenti (5) |