L'attesa
Lo sto aspettando. Fra qualche ora sarà qui. So che mi può leggere negli occhi quello che stava per accadere e l'ansia non mi abbandona neanche per un attimo. Lo amo così tanto e stavo per perdere tutto. Non mi perdono la mia folle stupidità.
Mario è arrivato subito dopo la mia fuga, per portarmi i vestiti, il cellulare e il ciondolo con l'aquilone.
Era senza fiato e mi ha fatto temere per la sua vita: è ancora molto debole e il medico si era raccomandato di non uscire... se gli succedesse qualcosa mi sentirei anche in colpa!
Mi ha detto che gli piaccio molto e che ha agito d'impulso, senza pensare a nessun altro. Ha imparato ad apprezzarmi in quei lunghi giorni di ospedale e, vedendo come amo suo fratello, ha desiderato la stessa cosa per sé. Non pensando che non può avermi senza fare soffrire il fratello. Ha incolpato la sua ferita, la convalescenza e il fatto di sentirsi così solo, da perdere di vista quello che è veramente importante: la famiglia e l'amore che li lega.
Adesso Mario è molto preoccupato: sa che Lui ha sentito qualcosa di strano nella sua voce e sa che quando sarà qui e lo guarderà negli occhi, non potrà mentirgli.
Io credo di aver capito, ma non sono sicura che riuscirà a spiegarlo così bene anche a Lui, che ha sempre sofferto di un complesso d'inferiorità nei suoi confronti, pur adorando il fratellone maggiore.
Ho richiamato subito Lui, per tranquillizzarlo; non voglio che guidi con l'ansia di arrivare in fretta e gli succeda qualcosa. Ho capito dalla sua voce che non è tranquillo per niente. Forse teme che Mario sia peggiorato e pensa che non vogliamo dirglielo per telefono.
Sto male, quello che poteva succedere mi angoscia. In un secondo potevamo rovinare la vita di tutti. Cosa pensava di fare, Mario? E io, cosa stavo pensando? Mi sono lasciata travolgere dall'atmosfera suggestiva della cena, gli abiti, la musica: le sue attenzioni mi avevano turbato, forse perché Mario è molto più uomo di me e dei miei sogni. Lui ha fatto in modo che io lo vedessi come una persona sola e bisognosa di compagnia e mi ha fatto dimenticare per un attimo chi sono e a chi appartengo.
L'amore che ho per Lui è tanto intenso da farmi male e so già che è più forte di qualsiasi cosa, ma non devo dimenticarmi che Lui, invece, è così fragile da incrinarsi con un alito di vento troppo rude. Non voglio perderlo, ma soprattutto non voglio farlo soffrire. Non posso neanche vederlo soffrire.
In questo momento vorrei solo che fosse già qui con me e vorrei tenerlo stretto al mio cuore, lo stesso cuore che ha sbagliato un'ora fa. Voglio abbracciarlo finché non sarà di nuovo forte e sicuro, così forte da tollerare le incertezze della vita e gli errori delle persone che ama. Spero che capirà e perdonerà Mario e me.
Forse ero già incline alle lacrime, causa un racconto che avevo letto, o forse le lacrime sono sempre dentro di me e cercano solo una scusa per uscire.
Una persona che non mi scriveva da molto e a cui io non potevo scrivere, sempre a causa della formattazione dell'HD, mi ha mandato una e-mail, abbastanza forte da farmi male. Ma non perché, come lei stessa si preoccupa:
L’unico mio cruccio è la preoccupazione di aggiungere dolore al tuo dolore.
Non è mai questo quello che mi angoscia: nessuno può aggiungere niente al mio. Mi angoscia sentire quello degli altri e sapere che questa catena non avrà mai fine, perché se ne aggiungeranno sempre dei nuovi pezzi.
E' così pesante tutto questo, così enorme, che credo veramente che un giorno mi schiaccerà.
Ma, come mi ha detto un amico: " Evidentemente tu sei molto forte e ti preoccupi di sostenere gli altri... ma quando non ce la farai più, cosa succederà?..."
"Semplice, carissimo! Ti telefono o ti mando una mail, no? Come ho già fatto. Qualcuno dovrà pure pensare anche a me..." in un circolo di auto-aiuto e di sostegno reciproco.
Quindi, forse adesso sto scrivendo queste cose, per evitare di esserne schiacciata.
Dividere aiuta molto, rende tutto più sopportabile. o, almeno, te ne dà l'illusione.
Infatti, chi mi ha scritto oggi, dice: ... ho deciso di scriverti perché so che qualsiasi sentimento provo posso confessartelo senza vergognarmene. So che capirai senza giudicare... spero che la condivisione di un comune sentire, di una comune esperienza possa aiutarci a proseguire, anche se faticosamente, il cammino che ci è stato assegnato.
La e-mail finisce, comunque, con un "Ti voglio bene" e credo che questa frase sia una delle cose per cui continuo a vivere.
PS. ho scritto di getto, poi ho pensato a lungo se fosse il caso di klikkare su 'pubblica post', perché... ah, il perché è molto complesso da spiegare. E' un compito che lascio a chi vuole dire qualcosa... io risponderò alla lettera.
Non esiste il vuoto.
Non erano veri
i miei tremori
quando il cibo
non andava giù,
quando mia madre
piangeva
ed io
in silenzio l'abbracciavo.
Dio non s'è assentato,
Dio non si assenta mai,
non c'è
nessun tunnel infinito,
non mi si stringe il cuore
ad ogni risveglio,
sono qui con te Amore,
sono vivo.
Il bikini
(seconda ed ultima parte)
Intanto che faceva tutti questi pensieri, Luca appoggiò il libro, perché lo sentiva improvvisamente troppo pesante. Tanto gli occhiali scuri lo coprivano e impedivano di notare dove guardava! Fingeva di dormire e intanto controllava Marisa che, sdraiata sul lettino, aveva preso un giornale e lo sfogliava pigramente. Improvvisamente lo mise sul tavolino, sbirciò Luca attentamente e, dopo qualche minuto in cui non lo mollò con gli occhi neanche per un secondo, si sollevò sulle braccia e si slacciò il reggiseno. A Luca per poco non venne un colpo, ma rimase ugualmente immobile fingendo di dormire; Marisa lo controllò ancora poi, soddisfatta, sfilò il reggiseno, rimase sollevata un attimo, sufficiente perché Luca apprezzasse la vista di quel seno abbondante e, soprattutto, vero e poi si sdraiò con un sorriso compiaciuto.
Dall’abbronzatura uniforme su tutto il corpo, Luca capì che era solita abbronzarsi in topless. Capirai, il bikini da signora!, pensò Luca. Meno male, che sembrava così castigato! A questo punto era d’obbligo continuare a fingere il sonno, se non voleva mettere in imbarazzo Marisa. Sarebbe stato divertente, alzarsi all’improvviso e chiamarla, giusto per vedere la sua espressione di sorpresa e disagio.
Era meglio, rifletté Luca, continuare a godersi quello spettacolo; anzi, fingendo di dormire, poteva mettere in mostra i muscoli che aveva coltivato durante tutto l’inverno, sudando in palestra. Non si sa mai, pensò, magari poteva far colpo su Marisa. Contrasse gli addominali, in quella che sperava fosse una posa affascinante e sbirciò l’effetto che faceva su Marisa.
Lei continuava a leggere il giornale e non sembrava aver notato niente di quello che accadeva. Luca, un po’ risentito, pensò di avvicinarsi a Marisa, per portarle qualcosa da bere. In quel momento lei posò il giornale, si tolse gli occhiali, lo guardò e ... gli strizzò un occhio! Luca pensò di non aver visto bene e rimase completamente immobile, fingendo ancora di dormire. Non osava neanche respirare per paura di tradirsi e fare capire a Marisa che era sveglio. Dopo qualche attimo in cui Marisa continuava a fissarlo, per cercare una sua reazione, gli strizzò nuovamente l’occhio, ammiccando con complicità. Luca era turbato e quasi impaurito da questo comportamento; adesso cosa si aspettava da lui? Cosa voleva provocare Marisa con quel suo ammiccare verso di lui? Era chiaro che non credeva affatto al suo sonno, sembrava convinta che lui fosse sveglio.
Improvvisamente la vide sollevarsi sulle braccia, prendere il reggiseno e metterlo. Peccato, pensò Luca, lo spettacolo era finito! Allibito vide poi Marisa che si alzava e veniva verso di lui; allora chiuse velocemente gli occhi, da vicino si potevano vedere molto bene anche dietro quelle lenti così scure, e rimase immobile.
Marisa si appoggiò al lettino e, avvicinando il suo viso a quello di Luca, lo baciò leggermente sulle labbra. La sensazione fu meravigliosa, Luca era deliziato. Fece attenzione a che Marisa non si accorgesse che era sveglio, per il timore che smettesse di baciarlo. Ma lei non sembrava affatto averne voglia, anzi si appoggiò ancora di più e cominciò ad accarezzarlo sul viso e sulle spalle; vedendo la sua mancanza di reazione, iniziò a sussurrare il suo nome: "Luca, svegliati! Luca!"
Gli sembrò che la voce, da carezzevole e dolce, come era pochi istanti prima, diventasse improvvisamente più brusca e anche più alta: sembrava quasi che qualcuno urlasse il suo nome.
A fatica aprì gli occhi e, finalmente, capì da dove provenivano quei richiami! I suoi genitori erano già arrivati e sua mamma lo stava chiamando per aiutare a scaricare la macchina.
... di Marisa nessuna traccia! Il giornale e le altre cose non erano state toccate ...
Allora aveva sognato tutto! Stordito e confuso, come dopo un viaggio con passaggio di tre fusi orari, Luca non sapeva che cosa pensare. Si sollevò per rispondere a sua madre, che stava arrivando e continuava a chiamarlo a gran voce. Nell’alzarsi l’orologio si agganciò al telo di spugna che aveva steso sul lettino e lo fece cadere. Luca si chinò per prenderlo e vide cadere un pezzo di stoffa, forse un fazzoletto? Ma cos’era?
Un reggiseno di un tessuto lucido, morbido come la seta ...
Nessuno ha rivendicato il premio promesso, così ho deciso che dedicherò questo racconto a tutti coloro che volano spesso su questo blog, anche se non parlano. In particolare lo dedico a Claudio, che è una presenza così discretamente gentile che non si può fare a meno di notare se non passa a trovarci e a Ovidio, perché lo stimo molto e spero che la cosa sia reciproca e alla Dolce Simona- come fosse nome e cognome - perché è la causa scatenante di 'Aquiloneblu', a un'altra Simona conosciuta da poco, che mi scrive di notte e poi si scusa perché mi ha disturbato, ignorando che io di notte dormo e comunque chi mi scrive non mi disturba mai. Lo dedico anche ad Alberto, anche se a lui, ho già dedicato molte cose, anche senza dirlo, perché lui lo capisce ugualmente. Non lo dedico a Carlo, perché lui lo ha già letto e poi a lui ho già dedicato tante cose... scherzo, Carlo, non arrabbiarti! :-) Infine lo dedico a Stefano, perché mi dice sempre che le foto di Anne Geddes, che scelgo sono delle coltellate al cuore: spero che questo racconto lo faccia divertire un po'. Non dimentico tutti gli altri, che sono ancora in ferie e che, spero, lo leggeranno dopo.
Il bikini
Lo sguardo sognante e l’atteggiamento rilassato di Luca, indicavano chiaramente che seguiva pensieri lievi e, comunque, estranei al contenuto del grosso libro che teneva in mano e che gli era servito per evitare una gita in compagnia dei genitori e del marito di Marisa. "Gli esami innanzi tutto!" era il motto preferito di suo padre, che faceva pressione affinché Luca terminasse l’università e prendesse finalmente quella benedetta laurea!
Così Luca, venticinquenne in perenne ritardo con gli esami, ma non con le ragazze, quella mattina aveva ostentato il grosso libro di Psicologia dello Sviluppo, servendosene come un paravento dietro cui nascondere il proprio desiderio di restare a casa solo con Marisa. La sera prima l’aveva sentita dire a suo marito Sergio, un cinquantenne con un inizio di pancetta e i capelli che sembravano scivolare da una testa troppo grossa, che non desiderava partecipare a quella gita e perciò sarebbe rimasta in giardino a prendere il sole. Aveva subito deciso che avrebbe fatto la stessa cosa, per stare solo con Marisa.
Adesso che tutti erano finalmente usciti, Marisa si stava preparando per la mattinata rilassante che aveva programmato. Sistemò il lettino in modo che fosse in pieno sole e preparò di fianco un tavolino con tutto l’occorrente per un tranquillo relax: crema abbronzante, libro, giornali, acqua. Poi si tolse la lunga camicia di lino che aveva indossato quella mattina a colazione e si stirò come dopo una lunga dormita e, finalmente Luca vide ciò che aspettava con ansia.
Il bikini non era tanto ridotto, come quelli a cui l’avevano abituato le sue amiche, ragazze poco più che ventenni dal fisico tanto asciutto da sembrare anoressico e dalle curve così piatte da ricordargli l’autostrada che porta al mare, tanto diritta da far venire sonno, amava dire suo padre. Il bikini di Marisa era un modello più classico, da qualcuno definito da signora, chiamando così alla mente un tipo di donna seria e che non dà eccessiva confidenza, oppure una donna con un fisico un po’ appesantito dall’età e che, perciò, non lo vuole scoprire eccessivamente.
Marisa non apparteneva a nessuna di queste categorie; era amica dei genitori di Luca da sempre, perché suo marito Sergio era stato a scuola assieme a loro. Poi, da adolescenti avevano formato un quartetto molto unito e facevano insieme tutte le vacanze fin da quando Luca poteva ricordare. Era una donna molto brillante, allegra, che parlava con facilità e rendeva vivace ogni tavolata. Aveva dei bellissimi capelli scuri, di media lunghezza, occhi castani con pagliuzze dorate e un viso dai lineamenti regolari. In quanto al fisico, Luca stava valutando, era molto interessante: non grasso, ma con sufficienti curve da assomigliare a una strada di montagna, tanto per stare in tema e, guardando bene, il cosiddetto bikini da signora, era di un tessuto molto lucido e sexy, dall’apparenza liscio come la seta e si appoggiava al corpo, seguendone tutte le forme. Luca era molto interessato alla vista di Marisa che si muoveva con noncuranza in giardino, all’apparenza ignara del suo interesse.
Non ricordava che Marisa fosse così attraente! Ripensò alle vacanze passate, quando le trascorreva assieme ai genitori. Quanto tempo era passato dall’ultima volta? Adesso Luca aveva venticinque anni e erano almeno ... sì, almeno cinque anni che non andava più in vacanza con il gruppo dei vecchi, come lo chiamava lui. Solo che aveva appena litigato con Valentina, la sua ultima fiamma, e gli era sfumata la vacanza in Spagna che aveva programmato. Così, all’ultimo momento, aveva deciso di raggiungere i suoi nella casa di Riccione: sempre meglio che passare tutto agosto in città da solo. Aveva previsto noia e tranquillità, ma si sentiva improvvisamente allegro e ottimista, riguardo gli sviluppi di quella imprevista vacanza.
Adesso, sdraiato dietro il libro e con i nuovi occhiali di Armani – quelli a mascherina intercambiabile, che in questo momento era nera – fingeva di leggere e intanto non perdeva niente di quello che accadeva intorno. Si sdraiò sul lettino e seguì con gli occhi tutti i movimenti di Marisa che, improvvisamente, si voltò verso di lui, come per dirgli qualcosa, ma rimase un attimo indecisa, poi si girò di nuovo e, finalmente, si sdraiò, fornendogli un’ulteriore piacevole vista. Luca non la ricordava così Marisa, non gli era mai sembrata così interessante come ora. Comunque, ragionò, l’ultima volta che era stato in vacanza con i suoi aveva vent’anni e non dedicava più di un’occhiata a chi non gli era coetaneo. Ecco perché non ricordava che Marisa avesse quel fisico! Quanti anni poteva avere? Luca sapeva che aveva qualche anno meno di sua mamma, quindi poteva avere quaranta o quarantadue anni. Pensò che non li dimostrava affatto...
(La seconda ed ultima parte domani, su questo blog)

Vivere... cosa significa veramente?
Forse ha un significato diverso per ognuno di noi.
Potrebbe essere quello di lavorare dieci ore al giorno e poi cambiarsi e uscire con gli amici. Oppure potrebbe essere fare due viaggi all'anno e, appena rientrati da uno, iniziare a programmare il prossimo?
Il desiderio di avere un'auto da 50.000 euro, o di vincere al superenalotto?
Oppure, vivere può essere vincolato alla vicinanza delle persone che amiamo?
Queste cose sono vivere?
Perché, se prima sapevo cosa significava, all'improvviso non ne ero più certa?
Perché non potevo ritrovare tutto quello di cui prima ero cosciente?
Dove erano finite la mia consapevolezza e la mia idea di vita?
Era tutto dovuto a quello che era accaduto? Se era davvero così, non avevo più alcuna possibilità di ritrovarlo.
Se ero davvero morta, come mi sentivo, non avrei più ritrovato la vita.
In quei giorni giravo sempre con un libro. Penso che fosse per potermi isolare e avere una scusa per non parlare con gli altri.
Così, quella mattina, sono entrata nell'ambulatorio del medico, per fare un certificato, e mi sono preparata ad una lunga attesa. Ho aperto " I racconti" di Heminguay e ho cercato di leggere. Naturalmente era un'illusione: in quei giorni non potevo concentrarmi su niente, fingevo solo con me stessa.
Avevo solo una vaga percezione delle persone che arrivavano e si sedevano. Dopo qualche pagina, girata senza convinzione, ho alzato lo sguardo.
La sala d'attesa era piena di persone silenziose, completamente assorte sul niente più assoluto e la loro espressione rifletteva solo questo: niente!
I miei occhi vedevano solo persone più morte di me. Sembravano tutti morti!
In quel momento ha capito una cosa molto importante: vivere non dipende da cause esterne a noi stessi. Non può essere vincolato a nessuna cosa o persona. Vivere è uno stato mentale.
Da quell'istante, forse, ho ricominciato a vivere, anche se allora non lo sapevo.
Comunicazione di servizio
Approfitto del fatto che sono vestita da 'Aquiloneblu' per chiarire un equivoco, generato dai nomi che usiamo per postare. In questo blog scrivono solo 2 persone: Actarus 29 e Dolittle. Actarus sa parlare al cuore e all'anima, con le sue meravigliose poesie e i suoi Haiku. Io mi diletto con dei racconti e altre cosette. Poi ci sono i post di Aquiloneblu: quelli scritti in verde sono di Actarus e quelli scritti in blu sono di Dolittle (che cara ragazza. eh?
). Il racconto di Aquiloneblu è nato per caso: dopo il mio primo post, Actarus ha risposto proseguendo il racconto e io, ovviamente, non ho saputo resistere e così abbiamo giocato con questa storia che, comunque, sta per finire. Poche puntate e 'Aquiloneblu' ci lascerà. Fino a diventare un'altra storia, forse. Vedremo.
Altro argomento: presto qualcuno volerà sopra questo blog per la 5000esima volta. Per il fortunato/a è previsto un premio: potrà chiederci qualsiasi cosa.
Qualsiasi cosa sia contemplata dal Codice Civile e dai nostri altissimi valori morali.
Presumo sarà una dedica per una poesia o un racconto...
Dalla piccola radio sul comodino Imagine di John Lennon.
La stanza di Zia Agata è piena di erbe sedative: Escolzia, Agnocasto, Passiflora, Angelica.
Prendo due foglie di quest'ultima e le strofino tra le mani, un odore divino si sprigiona, subito porta quel benessere che solletica il cuore, l'anima e va oltre, s'espande, si frantuma in mille fiocchi di luce ed essi formano in cielo delle perfette figure, figure cangianti che scendono, si adagiano piano sulle acque dorate dal crepuscolo.
Un cerchio, una rosa, gli occhi di un gatto, le labbra di una donna, cielo e mare si riempiono di immagini e sogni. Sono a un passo dal Paradiso, nel suo profumo di nuvole, ecco... odo perfino la voce di un angelo...
E' zia Agata, l'unico angelo che io possa toccare.
Con voce flebile, mi prega di andare da lei e di abbracciarla.
"Ci hai fatto prendere un bello spavento zia ..."
"Mi spiace, ma non ti liberi così facilmente di me... Quando mi farai conoscere la tua fidanzata ?"
E' bello vederla nuovamente sorridere e impicciarsi dei fatti miei, spero che lo faccia per altri cento anni ancora.
Il secondo infarto in tre mesi ho pensato le potesse essere fatale, ma è una donna forte, una di quelle persone che se un tram l'investe si dà una spolveratina e continua per la sua strada.
Mario, Zia Agata, ora tutto sembra a posto, eppure dentro ho un'inquietudine che nemmeno so spiegare.
Non vedo il mio amore da qualche ora, forse è questa la sola e unica ragione.
Mi chiudo nel bagno, prendo il mio cellulare-caffettiera e la chiamo.
Una decina di squilli, poi risponde Mario ed ha una voce strana :
"Tutto bene fratellino... la tua donna è andata a comprarmi un pacco di sigarette, tra un po' torna e le potrai parlare..."
Sento che qualcosa non va: conosco Mario e quel suo tono di voce, quando ce l'ha mi nasconde sempre qualcosa.
Do un bacio a zia Agata: è l'ora di tornare a casa.
Mille pensieri si agitano nel mio cuore, mille ansie e paure mi chiudono la gola. Sento che qualcosa non va e di nuovo la mia insicurezza comanda la mia anima.
Flash
Una roccia in mezzo alla tempesta, solida ed incrollabile nonostante tutto.
Oppure una papera allegra e colorata, che scivolava leggera sull'acqua aggirando gli scogli della vita.
Questo pensava di sè, fino ad un attimo prima.
Improvvisamente era diventata come un calice di vetro di Murano, così sottile e delicato che un soffio più rude lo poteva incrinare irreparabilmente.
Completamente esposta alla crudeltà della vita, e delle persone.

Un sorriso per chi vola sopra a questo blog.